Le Dee Regali

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  • g_b
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    Direi Interessantissimo, cara tanaquilla9.Grazie, ma infinite! Vorrei condividere una riflessione su quanto letto, mi ha colpito anche ( oltre alla conoscenza per noi importante, dei culti e del clima religioso della regione Italica pre romana e pre cristiana) come il poeta, Virgilio, abbia preso alcune scelte precise nel narrare del paesaggio italico pre Enea, attarverso il racconto di questi luoghi di culto, ponendoli spesso “su Alti monti” o in terribili boschi, ma sappiamo che non sempre era così come appunto nel caso del tempio di Mefite. Probabilmente, da straodinario poeta e uomo di ingegno qual’era, per restituire un clima epico più carico , alla sua opera (il confronto con Omero era parecchio impegnativo), ben conscio del fatto che l’artefatto, l’opera, deve sembre un pò bluffare col suo fruitore, per appassionarlo e un pò anche per revisonare il passato, questo meno nobile come intento. A me però appassiona parecchio di più la realtà in questo caso, Il tempio di Mefite come quello di Marica, sorgeva spesso in luoghi angusti, di acque sulfuree e stagnanti, spesso mortali ( come per Plinio, e tanti animaletti trovati in tutta l’area archeologica), questi luoghi avevano una grande valenza magica, magnetica, come anche per i greci, giù in sicilia (Selinunte ad esempio). Gli stagni, le acque sulfuree, forse erano fenomeni naturali inquietanti e al contempo misteriosi. Certo è che creano un microrclima perfetto per conservare materia organica, allego link su questo.

    https://www.academia.edu/32956831/Alcune_note_sul_grande_xoanon_della_Mefite_dAnsanto

    tanaquilla9
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    Post totali: 657

    Bello, caro g_b, il riferimento alla quercia nel link che hai postato.
    Come dalla P+F+… un albero robusto dal fogliame spesso che offre ricovero contro le tempeste della vita.
    Come la nostra Schola…
    Vicino Norcia a Nottoria c’è una bellissima quercia plurisecolare, pare di oltre 300 anni.
    L’Italia antica aveva boschi sacri di querce, nella Grecia pre-ellenica era oracolare e le ninfe della quercia erano le driadi
    Ricordo che Plinio sosteneva che l’Italia pre-romana e originaria avesse forma di quercia.

    catulla2008
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    Post totali: 216

    Mi viene da pensare che un balzo avanti nell’evoluzione sia stata ogni volta che l’essere umano è riuscito a ‘fissare’. Ad esempio, la costruzione che fissa la forma (es. piramidi) o l’immagine che fissa il gesto, o addiritura la scrittura che fissa il pensiero e la musica.
    Poi, in epoca recente, ecco giungere la possibilità di fissare anche la dimensione temporale: il cinema, il fonografo…
    E oggi, epoca di rete, ad ogni istante si fissano emozioni utilizzando ‘traduttori’ dei sensi coinvolti in modo multimediale.
    Senza fissazione non ci sarebbero oggettivazione né rettifica né evoluzione.
    Alla fine, dunque, noto che si chiama ‘arte’ ciò che riesce a discernere, tradurre e fissare la forma di cui i sensi (o dovrei dire i neuroni?) possono cibarsi.
    Insomma l’arte mi sembra un’agricoltura dell’anima.

    tanaquilla9
    Partecipante
    Post totali: 657

    Ancora a proposito della quercia alcune curiosità. Ho letto che l’espressione “discorrere della quercia e della roccia” (spesso in Omero e in Esiodo) significa risalire al più remoto passato, fino alle leggende sull’origine dell’uomo, nato dalla quercia e dalla roccia. I Druidi erano i sapienti delle querce. I primi Greci chiamavano le querce “pròterai matéres”, le “prime madri”. Ai piedi dell’Aventino vi era un lucus di querce verdi dimora della Ninfa Egeria. L’albero è assimilato alla forza primordiale, all’oracolo, alla autosufficienza/completezza: nella sua chioma nascono i fiori di entrambi i sessi, e alla longevità e rinascita.
    Buona giornata a tutti

    garrulo1
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    Post totali: 376

    Debbo dire che quel Mitico Albero Robusto dal fogliame spesso…., particolarmente idoneo ad offrire riparo contro le tempeste (tra l’altro sempre più frequenti con i tempi che corrono e con i cambiamenti climatici qualunque ne sia la causa) l’ho sempre immaginato come una Quercia. G_b ci ricorda, dati scientifici alla mano, che la statua di Mefite, presente presso il Museo Irpino di Avellino, è stata intagliata in un tronco di quercia di circa mezzo secolo. Oltre all’archetipo di forza, resistenza, compattezza, stabilità che fanno capo a questa pianta (quercus robur, famiglia fagaceae cioè dei faggi, robusti per eccellenza) in fitoterapia esistono diversi usi legati alle proprietà tipiche dell’albero, in primis per i tannini presenti nella corteccia che svolgono azione antinfiammatoria, immunostimolante, che in sinergia con i flavonoidi agiscono positivamente anche sul microcircolo, un po’ come fanno in modo più selettivo i mirtilli di bosco ed il dolcetto, intendo quello che si possa definire “sciroppo d’uva”, che per essere “doc” deve depositare sul fondo bottiglia appunto i tannini, cosa che fanno molti vini rossi, in quanto questi polifenoli sono presenti nelle bucce dell’uva, nei semi all’interno dell’acino, nel raspo, la parte lignea del grappolo. Nelle giuste dosi e con pochi solfiti, quindi consumato con scienza e coscienza, anche questo sciroppo è terapeutico. Dulcis in fundo, il frutto della quercia: la ghianda, la noce con un solo seme ricchissimo di carboidrati, che per millenni, prima dell’avvento della moderna agricoltura con la coltivazione dei cereali, ha rappresentato una fonte di cibo per i nostri antenati, ora a completa disposizione di scoiattoli e altri piccoli roditori, ma anche di cinghiali orsi e cervi, e tra i volatili, in primis la ghiandaia, a cui deve la propria etimologia talmente ne è sempre stata ghiotta e parimenti associata.
    Un caro saluto ed una buona domenica a tutti.

    tanaquilla9
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    Post totali: 657

    Ho trovato interessante uno studio sulla dea etrusca VEI, identificata con Demetra e Cerere dall’analogo significato di forza vitale e precisamente la forza di nascere e crescere. Quindi personificazione del ciclo vitale, forza generatrice della terra e dell’essere umano.
    Sembrerebbe che attorno al nome VEI si fosse formato un tabù linguistico, relativo al potere terribile della divinità, similmente al tabù del nome divino nella sfera demetriaca. Inoltre dicono gli studiosi che “setacciando la tradizione letteraria ed epigrafica relativa al nome di Vei e di Veio si vede affiorare in filigrana un disagio nel nominare la divinità (e la città che da essa derivò il nome), che forse dipende dal “significato” arcano del nome della dea, in origine “trasparente”, e dal suo “terribile” potere”.
    E’ ricorrente nel mondo antico il fatto che di una certa divinità non si potesse pronunciare il vero nome, come ad esempio quello di Bona Dea. Ma anche che esisteva un nome segreto impronunciabile, come nel caso di Roma.
    Tutto ciò sembra dimostrare come la Tradizione sacra abbia dato rilevanza alla formazione e assegnazione del nome ad una divinità, perché vi fosse corrispondenza del nome con una proprietà agente, cosa che si ritrova anche nella nostra Tradizione.

    https://www.academia.edu/2951135/Vei_nome_competenze_e_particolarit%C3%A0_cultuali_di_una_divinit%C3%A0_etrusca

    catulla2008
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    Post totali: 216

    In effetti le parole possono segnare come e più di un tatuaggio (che so invece potersi rimuovere). Di certe parole non ti liberi, come di quelle litanie o delle preghiere che ti hanno inculcato nell’infanzia.
    Le parole sono importanti (proprio per questo credo che Pitagora educasse i suoi discepoli al silenzio che come ogni contrario da virtù alla parola). Poi si impara, come sempre, sbagliando e profittando degli errori, ma…le parole sacre, quelle che la Tradizione della Schola custodisce e consegna per gradi quali strumenti, sono “altro” dalle parole comuni: sono il nostro tesoro che mi viene da paragonare ai liofilizzati rinvigoriti dall’acqua; ecco, QUELLE sono forze che l’aria del fiato riattiva nella magia che è loro intrinseca, fonte di Bene e virtù terapeutica.
    E poi c’è la Parola magistrale, Quella capace addirittura di rinnovare e rinnovarti per un anno intero, Quella che puoi solo invocare perché la tua materia vivente è troppo grave per poterla immaginare. Ecco, probabilmente la VEI che menziona Tanaquilla appartiene a quest’ultimo tipo, e forse il nome non lo si può pronunciare non tanto (o soltanto) per tabù ma per incapacità strutturale a ‘concepire’ tale ‘nome’, e dunque ad articolarlo nella sua integrità.
    Forse – azzardo – gli ‘dei atto’ sono esseri integrati che riescono a convibrare con tutte le loro cellule insieme al suono che emettono e all’intento che quel suono propugna. (Un po’ come i laser, che uniscono onde aventi stessa fase nel tempo e stessa direzione, anche su lunghi percorsi, ciò che li rende potentissimi). D’altra parte la definizione stessa induce a pensare a Creature che fanno sono e pensano in un unicum inscindibile…
    Dal canto nostro, io credo, sarebbe bello arrivare alla fine del percorso avendo nella scarsella cerebrale una quantità di parole di vita tale da sovrastare il pattume di suoni di cui si è stati invasi negli anni, così da poter dare dignità più alta alla vita nuova e senso alla facoltà di significare con i suoni.

    Nico
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    Post totali: 16

    L’altro giorno sono stato turista a Roma ed ho visitato i musei capitolini, mi ha colpito l’immagine di una donna che tiene una serpe a spirale nella mano destra e nell’altra una patera. L’immagine in questione è questa: igea
    Mi ha colpito perchè solitamente la serpe viene raffigurata su un bastone mentre qui invece si attorciglia su una parte del corpo.
    L’immagine è una raffigurazione di Igea, dea greca e viene personificata nella sanità fisica e spirituale, inizialmente il suo culto era diviso da quello di Asceplio ma poi andare ad unirsi, da quello che ho letto sull’internet.

    Noto che spesso nell’antichità la figura del serpente si associa ad divinità sanatrici e guaritrici come Asceplio/Esculapio ed Ermete… Ma anche oggi nel caduceo farmaceutico la figura è rimasta.

    Interessante è anche notare che spesso questa divinità veniva raffigurata nelle monete ed appunto tiene una patera in mano, a simboleggiare la moneta nei 4 segni delle carte e forse la sua capacità di fissarsi nella realtà prodotta.

    tanaquilla9
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    Post totali: 657

    Oltre alla pitagorica Igea, caro Nico, anche la piccola dea cretese minoica (o sacerdotessa) stringe direttamente nelle mani i serpenti. Ma in questo caso ha in ogni mano, dx e sx, un serpente. Non so se anche per la dea madre cretese gli studiosi abbiano fatto riferimento al suo potere guaritivo, ma sicuramente hanno espresso il concetto di energia vitale e del suo circuito, requisito atto ad identificare la primordiale dea madre.
    Sarebbe interessante accertare se si può generalizzare che tra le rappresentazioni femminili delle più arcaiche divinità è più facile riscontrare il serpente direttamente tenuto dalle mani o scaturente dal corpo. Mentre in quelle maschili, o forse in quelle più tarde, attorcigliato al bastone.

    Nico
    Partecipante
    Post totali: 16

    Ho visto che non mi ha caricato l’immagine, vi lascio il link se volete vedere la raffigurazione della statua: https://www.flickr.com/photos/gypsi54/28390572998

    kridom
    Partecipante
    Post totali: 167

    Cara tanaquilla, a me la lettura dell’articolo sulla dea Vei ha fatto venire in mente proprio la potnia theron che citi nell’ultimo tuo post, riferendoti alla dea cretese che stringe i serpenti in ambo le mani.
    A Nico, in merito al serpente, segnalo il quaderno sul timbro dell’Accademia Giuliana (se non lo hai già letto) che tratta sia del serpente sia della moneta.

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