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BELL
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Ricollegandoci al post dell’Accademia Sebezia del 14 Gennaio u.s.abbiamo cercato di approfondire la figura di Parmenide che è il rappresentante principale della Scuola Eleata.
Seguendo l’Imput della Delegazione Generale abbiamo scritto questo primo post che risulta il frutto della collaborazione di Wiwa, Seppiolina e Bell.
Innanzitutto bisogna considerare il contesto culturale nel quale Parmenide si mosse che era fortemente influenzato dal Pitagorismo e Orfismo. Si ipotizza che Parmenide fosse a conoscenza delle ricerche condotte, in quegli anni, nella non lontana cittadina di Crotone, sede di una importante scuola di filosofia e medicina, la cui fama aveva da tempo superato i confini della Magna Grecia. Parmenide più che medico in senso stretto (laddove il concetto di medico era ancora quello di filosofo\fisiologo della Natura) fu considerato, Naturalista Risanatore come emerge nella traduzione di un’epigrafe a lui riferita. Per capire meglio il suo contributo ci aiuta l’analisi della sua Opera Sulla Natura (di cui purtroppo abbiamo solo 150 versi) in cui Parmenide sente, in primo luogo, l’esigenza di chiarire e giustificare la sua volontà di ricercare la verità sottolineando l’importanza della scelta del metodo come elemento discriminante. Nella tradizione Epica antecedente il poeta dava un fondamento di verità al suo racconto presentandolo come espressione diretta di un’ispirazione divina; con Parmenide e altri Filosofi assistiamo ad una emancipazione dei vari “saperi” rispetto al divino per cui ogni teoria può ammantarsi dell’etichetta di “verità”, avendo ogni uomo eguale diritto ad affermare la legittimità del proprio “credo”. Parmenide con la sua Opera vuole sancire che la differenza tra il suo credo, corretto e vero, e quello degli altri, sta nell’assunzione di differenti e migliori criteri di ricerca; cioè egli afferma che la sua strada è quella giusta e nel suo percorso sono posti precisi e riconoscibili segnali. Appare significativo che nell’Opera egli sia accompagnato solo da giovani donne immortali e c’è l’incontro con la Dea (non compaiono figure maschili).Importante è l’indicazione fornita dalla Dea nei versi finali del Proemio, quando prospetta l’esposizione di quello che definisce il “cuore della verità”, e non semplicemente la verità o una serie di contenuti assunti dogmaticamente come veri.Un impegno di questo tipo assunto dalla Dea appare tanto più rilevante se si considera anche il fatto che due autori “vicini” allo stesso Parmenide, (Senofane e Alcmeone), in quegli anni andavano affermando da un lato che all’uomo è precluso l’accesso alla verità (poiché questa è prerogativa esclusiva degli dei), dall’altro che egli può procedere nella conoscenza solo per indizi. L’oggetto della ricerca per entrambe le metodiche sarebbe lo stesso, ovvero il cosmo, la natura, l‟uomo, e la differenza sarebbe data solo dai criteri logici scelti. Per questo il discepolo che vuole essere veramente “edotto”, deve in primo luogo conoscere il cuore della verità, per poter giudicare gli errori delle credenze/doxai degli uomini, nelle quali non ci può essere “verità”, e solo dopo conoscere la vera spiegazione della realtà. L’immagine del carro trainato da cavalle (notiamo sempre il femminile) viene messa a confronto con la letteratura orfica coeva: la dea che parla è da identificare con Persefone, mentre il flusso ininterrotto di immagini ed il suono ripetuto simile ad un fischio provocato dal carro che lo trasporta ha una precisa funzione trascinatrice e alienante, lontana dalle costruzioni letterarie convenzionali e vicina a quelli che nelle fonti antiche sono “i sogni inviati dagli dei”, cioè quei sogni in cui l’uomo entra in contatto con il divino, e da questo riceve verità o anche rimedi terapeutici. Collegata a questa lettura del proemio è anche l’interpretazione di alcuni studiosi del frammento 8 , nel quale il flusso di suoni e immagini pronunciati dalla dea travolgono il kouros (discepolo) allo scopo di fargli vivere l’esperienza dell’essere; le parole della dea procurano disorientamento, sradicano in un sol colpo tutte le opinioni comuni su vita, morte, tempo, spazio, togliendo all’ascoltatore ogni punto di riferimento tradizionale, impedendo al kouros di muoversi con la mente in altre direzioni che non siano l’Essere. Secondo alcuni studiosi Parmenide doveva conoscere bene il valore dei sogni, in particolare di quelli incubatori che venivano praticati all’interno dell’Asklepieion della città, dalla scuola di medici Pholarkoi da lui stesso fondata. Tutto ciò ha portato alcuni studiosi a sostenere che Parmenide ammettesse un monismo radicale, ovvero l’unità dell’essere, in chiave fortemente metafisica: l’essere nella sua unità infatti può essere colto solo mediante il “logos”, di conseguenza tutto ciò che si pone in contraddizione con questa verità, ovvero la molteplicità esperita mediante i sensi, deve essere rifiutata in quanto pura apparenza, puro inganno. La novità del messaggio parmenideo sta proprio nella possibilità di accedere alla verità. È molto significativo, che la Dea, nei versi programmatici del proemio, non annunci al discepolo l’insegnamento della verità, ma il “cuore della verità”. Il cuore della verità non è un contenuto specifico, ma si fonda e precede qualsiasi contenuto oggettivandolo come verità. Il cuore è quindi, la via, il metodo con cui si vede e approfondisce la realtà, gli oggetti che l’uomo vuole conoscere e spiegare.
Quindi la domanda da cui si origina tutta la riflessione non è tanto che cosa esiste, com’è fatta la realtà, ma, come posso avere una conoscenza vera della realtà? Come posso arrivare a questa conoscenza? Che ruolo ha la divinità in questa ricerca della verità? Egli nel Proemio si presenta come il Discepolo, scelto dalla Dea per ascoltare e imparare le sue eccezionali rivelazioni; è vero che la via che lui percorre non è battuta da tutti gli uomini, ma tali situazioni vengono presentate in un contesto comunicativo tradizionale, secondo un metodo letterario assolutamente consolidato rivolto evidentemente ad un publico pronto a cogliere la continuità dei contenuti e delle forme espressive e la discontinuità del metodo del messaggio parmenideo. Per Parmenide la descrizione di un’esperienza iniziatica, il discorso sull’essere e sulle rigide leggi del pensiero, e l’indagine sulla natura dovevano rappresentare momenti coerenti e organici tra loro.
Per oggi ci fermiamo qui, affronteremo in un prossimo post la valenza Medica dell’opera di Parmenide.

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