La Scienza Ermetica nelle Arti

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    Articoli
  • wiwa70
    Partecipante
    Post totali: 168

    Molto interessanti gli ultimi post. A partire da Lucilio quando parla ‘di portare fuori un pensiero e tradurlo in forma espressiva’, che è in effetti un meccanismo base, di per sé, terapeutico(anche nella Schola infatti siamo invitati a dire, scrivere ecc. per essere attivi nel percorso d’evoluzione scelto),che può essere anche liberatorio sul momento, vuol dire in pratica guardare in faccia ,oggettivare e dare un nome a qualcosa d’informe e problematico che abbiamo dentro… allo stesso tempo, Gelsomino sottolinea che il ‘fai da te’ in questo campo è rischioso perchè quando scoperchi il vaso poi devi saper gestire; non è un caso che nella Tradizione Ermetica della Schola questo compito di oggettivazione è affidato ai Maestri, i quali secondo l’Arte Maieutica, non ti offrono le risposte come pappe pronte ma, per esperienza personale, ti aiutano ad arrivare a capire le tue difficoltà, facendoti da specchio affinchè ci si possa guardare per quello che si è, senza spaventarsi,con la possibilità, grazie agli strumenti rituali a disposizione, di procedere senza farsi troppo male o perdersi e, come ci ricorda Diogenon, conquistando per gradi quella preziosa purità che consente di “governare la follia”.

    mercuriale2011
    Partecipante
    Post totali: 55

    Questo nuovo spunto di riflessione sull’arte e il suo rapporto con la scienza ermetica è estremamente complesso, interessane e al tempo stesso stimolante! Vengono in mente tante considerazioni …..‭
    L’artista forse è un po’ un tramite inconsapevole che riesce a vedere, sentire o immaginare forme colori parole note musicali, così da creare la sua opera. Questa in alcuni casi è la rappresentazione delle sue emozioni personali, spesso frutto di un travaglio, così come potrebbe essere il caso delle opere esposte alla mostra curata da Sgarbi, di cui parlavano Mara 329 e Lucilio.
    In altri casi l’opera d’arte coglie
    immagini, forme colori, note, che hanno carattere universale e sono armoniche poiché in sintonia con le Leggi Naturali. Questo tipo di opere fanno scattare nell’osservatore come un sentimento di attrazione risvegliando quella “intelligenza arcana” sopita in ciascuno di noi.
    Sono un veicolo per trasportare le ideee nel tempo.
    Un fraterno saluto a tutti!

    mandragola11
    Moderatore
    Post totali: 177

    Ti ringrazio Guglielmo Tell per aver voluto condividere con noi questa tua esperienza.

    seppiolina74
    Partecipante
    Post totali: 53

    Vedo l’artista come una “creatura-antenna” che, pur attraverso la propria specifica attitudine, inclinazione o esperienze di vita, si fa canale ricetrasmittente di una Idea Unica…ma con moltissime sfaccettature diverse. Lo vedo come un “Bambino” che osserva la realtà e la vive attraverso una lente del tutto personale, e come tutti i bambini, riporta nella sua opera ciò che lo rende gioioso,orgoglioso ma anche,purtroppo, tutto ciò che lo spaventa e inorridisce. Gli artisti di tutti i tempi hanno rappresentato, a mio avviso, la cartina tornasole dello stato della società, delle sue rivoluzioni e delle sue necessità di cambiamento.Cercherò di vederla, la mostra su citata, perchè in effetti la paura, il dubbio, la follia ( intesa come il non-senso), sono “tappe” che ogni uomo sperimenta,secondo me :è il buio dal quale dobbiamo uscire “a riveder le stelle”, come diceva l’italico poeta Dante. Di quanto duri questo viaggio tenebroso poi… è tutt’altro che facile capirlo e allora mi aggrappo, fidandomi, alle parole del Maestro, la quale ci ricordò,tempo fa, che quando ci si trova nel mezzo della prova, spesso si è ciechi e non si riesce nemmeno a immaginare che la Luce possa essere….poco più in là !CHe balsamo queste parole!

    Diogenonn–
    Moderatore
    Post totali: 57

    Volevo condividere alcune riflessioni che mi sono scaturite dall’ultimo felicissimo post di Guglielmo Tell.
    La frase citata di Brezina “sull,’arte come espressione attraverso cui l’anima estrinseca il proprio stupore di fronte all’ universo in cui si trova imprigionata.” non sorprende se riferita al linguaggio dei Simbolisti di cui il poeta ceco fu uno dei massimi esponenti. Carichi di metafore, paradossi e iperboli il loro linguaggio ambiva a provocare quello “stupore” per la conoscenza all’origine per Platone, che Brezina conosceva bene, della stessa filosofia.
    L’amore per la sapienza presuppone uno stato di fermento “amoroso” in atto, omologo a quello che tiene in vita tutti gli esseri viventi specchio, come abbiamo visto da altri contributi, dell’universo.
    Senza lo stupore non vi è innamoramento e senza innamoramento non vi è conoscenza dicevano gli antichi. Ecco allora che ogni volta che viene alla luce un aspetto di quella conoscenza, fissato in qualsivoglia manifestazione artistica, se la stessa è stata realizzata attraverso un linguaggio sintonico con la matrice universale, restituisce all’artista la consapevolezza di farne inesorabilmente parte, di esserne umile tramite, di acquisire la misura del suo meraviglioso ed eterno limite.
    Non è una prigione, ma l’immagine di un processo, come testimonia anche il nostro Michelangelo quando dice “I’ sto rinchiuso come la midolla / da la sua scorza, qua pover e solo, / come spirto legato in un’ampolla…”.
    La scuola fiorentina imbevuta di Neoplatonismo e Scienza ermetica lo aveva forgiato, e nel raccontare il suo fisiologico travaglio tutto riteneva racchiuso in quell’ampolla, (della quale si sentiva tenacemente e felicemente prigioniero) in quell’athanor, specchio della Natura Una di cui era attivo tramite.
    Anche qui potremmo ritrovarci e riflettere sulle “poetiche” parole che il Maestro Kremmerz riferisce al Pontefice Mamo Rosar Amru quando dice: “La creazione si compie ogni volta che piace agli dii e ogni dio può parteciparvi. Istar presiede. Sei perciò, o miste avvisato, che il tuo destino è la schiavitù.”
    Chissà che non sia la più dolce schiavitù che essere umano possa immaginare …
    Mi sorge una domanda: ma un bimbo quando è nella pancia della mamma si sente schiavo? prigioniero? E lo stupore di quando viene alla luce cos’è? Ed una nuova luce in fondo al tunnel di un regressus ad uterum potrà essere allora un evento di portata universale?
    Tutto questo e molto altro di cui altri potranno dire meglio di me potrebbe darci qualche ragionevole spunto sul perché al di la delle contingenze di questa o quell’altra religione il tema della gravidanza e ancor più della maternità sia stato stato il più affascinante e rappresentato nei millenni portatore sano del più archetipico degli stupori…
    Un saluto a tutti i naviganti.

    GELSOMINO
    Partecipante
    Post totali: 84

    Forse siamo abituati a chiamare artisti anche quelli che non lo sono nel senso stretto della parola. Almeno così mi viene da pensare rileggendo i vari post, perché mi sembra che ci sia una differenza tra chi esterna un sentimento personale , che susciterà emozioni solo nella cerchia di chi lo condivide, e chi riesce a cogliere e manifestare, attraverso qualsivoglia forma artistica, un principio universale che verrà riconosciuto e condiviso da tutti. La capacità di cogliere significati universali fa parte delle prerogative dell’essere umano e sembra passare attraverso una sensibilità particolare ,nella maggior parte dei casi unita a forme di squilibrio. Questo è quello che si vede nell’uomo ordinario. Ma anche dell’iniziato si dice che è un artista, con la differenza che permane equilibrato perché è arrivato a governare quella particolare forma di sensibilità con lo stato di purità ,raggiunto attraverso l’educazione e l’esercizio delle pratiche ermetiche. In questa ottica le Arti mi sembrano uno strumento come un altro nelle mani dell’ermestista e questo mi viene in mente pensando alla figura del Poeta Vate e nello specifico a Virgilio che ,per quel poco che ne so, utilizzò queste sue prerogative con precise finalità.

    holvi49
    Partecipante
    Post totali: 77

    Mi permetto di riportare una sintesi del pensiero di un egittologo, John Anthony West, circa il modo di intendere l’arte. In molti non saranno d’accordo, però è interessante questa visione oltre il convenzionale. -Lo scopo di ogni esistenza umana consiste nel tornare all’origine: questo è il messaggio veicolato da tutte le tradizioni iniziatiche, inclusa quella egizia. Siamo al mondo per impegnarci a recuperare uno stato di coscienza superiore che ci appartiene per diritto di nascita. Qualunque cosa che contribuisce a farci attingere a questo stato di coscienza è buona e vantaggiosa. Questo era il senso dato all’arte dagli egizi. Nel nostro mondo la parola “arte” significa cose diverse per diverse persone: c’è chi la ritiene un’espressione del tutto individuale, chi la descrizione dei rapporti sociali, chi una disciplina autonoma ( la cosiddetta “arte per l’arte”), chi un mezzo per influenzare le masse o uno strumento per offrire piacere estetico. In breve, per noi l’arte è molto raramente ciò che dovrebbe essere e quello che è sempre stata in tutte le grandi civiltà: : un mezzo per incentivare la conoscenza, per condurre gli uomini a un’esperienza della realtà superiore a quella a cui potevano attingere individualmente. L’arte non serve a divertire, ma a illuminare. Dal periodo del Rinascimento, che fu una “rinascita” come l’Illuminismo fu un’ “illuminazione”, non vi è mai stata vera arte nel senso tradizionale. Solo pochi individui di genio, in seguito a enormi sforzi personali, sono riusciti a infrangere la barriera e a raggiungere la trascendenza. Le loro opere eguagliano in intensità, ma non in grandezza, il Taj Mahal, la Cattedrale di Chartres e i monumenti di Luxor. Tuttavia, mentre i più semplici contadini e artigiani percepiscono l’impatto provocato da quelle antiche strutture, le più grandi opere dell’arte occidentale moderna sono incomprensibili per le grandi masse ( e, a giudicare dalle spiegazioni degli ” autorevoli critici d’arte”, sono inaccessibili anche agli specialisti). Non tutti sono in grado di capire un romanzo di Dostoevskij. E’ possibile ascoltare attentamente uno degli ultimi quartetti di Beethoven per ore e ore senza mai percepire altro che vigorosi stridii finchè un giorno “scatta” qualcosa e ci si accorge di essere nel bel mezzo di una tensione drammatica in cui si contrappongono inesorabili forze cosmiche. Il resto dell’arte occidentale non tocca mai tali vertici, del resto non pretende neanche di farlo. Nei casi migliori, si tratta di un’onesta riproduzione di acute osservazioni, proprio la glorificazione di quegli aspetti di vita quotidiana che, secondo tutti gli insegnamenti iniziatici, vale la pena osservare solo per riconoscere che sono ostacoli da superare. Nei casi peggiori, che sono preponderanti, l’arte occidentale non è altro che esaltazione dell’ego o nevrosi individuale, o entrambe le cose. –
    Ecco, secondo quanto esposto sopra, l’arte dovrebbe mirare alla crescita dell’individuo, alle sua evoluzione; dovrebbe tendere a innescare in lui dei processi che lo portino a superare i propri limiti e dovrebbe parlare il linguaggio dell’eternità. Posso ritenere, allora, che tutta l’Opera del Kremmerz , e le realizzazioni fin’ora attuate dalla Delegazione Generale, rispondono a queste premesse? Si può riconoscere l’Arte in tutto ciò?
    Un caro saluto

    Diogenonn–
    Moderatore
    Post totali: 57

    Non sono per nulla nuove considerazioni o teorie che vanno oltre il convenzionale perché è ormai da oltre un secolo, ossia da fine Ottocento quando il Maestro ci metteva in guardia da certi atteggiamenti delle elites intellettuali nostrane che orecchiando l’oriente in senso lato lo indicavano come metà per la loro salvezza spirituale.
    Per questi signori ormai l’occidente aveva perso e non avrebbe, figuriamoci oggi, uno straccio di valori, quasi che sentendosi non più amati dalla propria terra madre che li aveva, loro si, fagocitati nella nevrosi, considerassero il suolo Europeo come una terra matrigna. È sintomatico alla fine dei conti vedere nella grandiosità, nel monumento assolutamente “iper”, il tratto mistico che li accomuna a chi in fondo vuole Dio padre nell’alto dei cieli, inesorabile giudice, e il popolo a bearsi estasiato di tanta cosiddetta bellezza. Da sempre è stato così, dal tempo dei faraoni peccato per quelli che non intendono e non intenderanno mai che ‘umanità oggi potrebbe non essere più quel cane che portato al guinzaglio si pasce e sazia della mistica grandiosità di un “infinito” si fa per dire a basso costo creato da chi li vuol eternamente manducare. Per questi signori basterebbe guardare la cattedrale di Chartres, (che personalmente ritengo nell’ambito dell’arte gotica un esempio di alta progettualità) per entrare in contatto con la trascendenza, anche se non mi pare proprio che i francesi siano tutti grandi iniziati!!! Passatemi la battuta…
    L’atteggiamento è squisitamente mistico riflesso di chi ha sempre voluto da qualcun altro lo spunto e l’innesco, se non addirittura il sostituirsi alla propria incapacità, per risolvere i propri problemi. Compito da sempre appannaggio delle religioni.
    Al contrario di come i Numi considerarono la società umana, che piaccia o non al nostro egittologo, ormai giunta per Loro a fine Ottocento ad una sufficiente maturità per fargli il dono di potersi emendare da schiavitù ideologiche e modelli sa seguire per divenite sempre più consapevolmente attivi tramiti della propria esistenza, purificati artefici di un novello equilibrio, in primis sanandosi per procedere poi a riconquistare la coscienza del proprio essere più profondo, quello che ontologicamente e geneticamente è collegato al fare Italico, al “divino” sciorinato in ogni “semplice” atto del quotidiano. Così era per il Kremmerz l’artista ermetico di cui ci parlava pochi post più su, quel medico in cui l’intelligenza mercuriale ne faceva un “Artista” all’italica maniera. Così poteva e potrà essere per chiunque inizi il nostro percorso sperimentando un metodo che ha visto i nostri Maestri sempre presenti per oggettivare amorevolmente quanto nel concreto degli atti e fatti ognuno di noi fa! Le chiacchiere direbbe qualcuno stanno a zero.
    Un caro saluto a tutti.

    Diogenonn–
    Moderatore
    Post totali: 57

    A margine volevo ricordare i lavori delle cinque Accademie miriamiche che nello studio dei loro timbri spesso hanno riconosciuto, nel loro percorso di studio, il tratto distintivo della Scienza Ermetica similmente a quanto nella storia questa ne aveva informato le opere nelle scienze e nell’arti generalmente dette. In più nella seconda giornata della Convention di La Spezia in cui si sono presentati i Quaderni sui lavori dei timbri, c’è stato un interessante contributo su “I timbri delle Accademie nelle scienze e nelle arti dal primo Novecento ad oggi” in cui si sono individuati significativi esempi nel costruire e progettare con riferimento a leggi fisiche e universali esempio tra tutte la “sezione aurea” alla base della progettazione di Le Corbusier che si era abbeverato alla Scienza Ermetica e al pitagorismo che ne era depositario …
    Questo uno dei tanti riscontri di quei giorni, testimoni del fecondo lavoro delle Accademie promosso e voluto dall’attuale Delegazione Generale, nel perseguimento, con le tante iniziative che attua, di quanto i Numi attraverso il Maestro Kremmerz avevano seminato a fine Ottocento, per la realizzazione di una nuova “missione pitagorica italica come il segno di un rinascimento filosofico, scientifico e artistico” in favore dell’umanità tutta.
    Chissà se anche una semplice forchetta o un cucchiaio, progettato secondo ritmi armonici e naturali, non contribuisca a portare alla bocca un boccone più digeribile… mi pongo la domanda …

    BELL
    Partecipante
    Post totali: 61

    Mi sono posto la domanda sul meccanismo fisiologico per cui davanti a un’opera d’arte di qualsiasi genere proviamo una sensazione di trasporto, un’emozione profonda. Nel cercare una risposta a questa domanda complessa ho approfondito le ricerche di un gruppo di ricercatori che operano presso il dipartimento di Neuroscienze dell’Università degli Studi di Parma, guidati dal professor Giacomo Rizzolatti (premiato con numerosi riconoscimenti internazionali). Questi ricercatori studiano da anni come funziona una specifica area del cervello umano dedicata alla comunicazione tra le persone e, in particolare, come il cervello risponde alla bellezza dell’opera d’arte. Una scoperta importante riguarda l’esistenza, nel nostro patrimonio neuronale, di una particolare classe di cellule chiamate “neuroni specchio”. Questi neuroni localizzati in diverse aree del cervello partecipano sia all’attività motoria che emotiva e si è ipotizzato abbiano un ruolo importante nell’esperienza estetica. Attraverso il sistema specchio che si attiva sia quando agiamo in prima persona, sia quando osserviamo (o ascoltiamo) un’altra persona, siamo in grado di imparare imitando e di capire cosa fanno gli altri e perché agiscono e si comportano in un certo modo. Questa nostra capacità di comprendere il comportamento di coloro con cui entriamo in contatto, in maniera spontanea, e non attraverso un ragionamento, è la base fondamentale della nostra capacità di relazione gli uni con gli altri e di espressione della nostra empatia.
    Per esempio, se guardiamo qualcuno che muove la mano per prendere una tazzina e bere, nel nostro cervello si attivano le aree necessarie a compiere esattamente quel gesto, anche se noi, nella realtà, poi non lo facciamo. Questi neuroni, quindi, riflettono, come uno specchio quello che vedono anticipando l’iter motorio prima che esso sia concluso. Per valutare l’esperienza estetica sono state utilizzate le immagini dei Bronzi di Riace, della Venere di Botticelli ecc. come stimoli negli studi sui neuroni specchio; in particolare, è stata rilevata (tramite Risonanza Magnetica Funzionale) l’attività del cervello mentre i soggetti osservavano le immagini delle sculture ed è stata confrontata con l’attività neuronale quando si presentano le figure delle stesse opere lievemente modificate al computer. Si è notato che si ha l’attivazione delle aree motorie e pre motorie, delle aree di analisi visiva e dei centri dell’emozione. Le opere greche originarie attivano il cervello molto più di quelle modificate, ma l’aspetto più interessante è che attivano quelle aree emozionali dove ci sono i neuroni specchio dell’empatia (dal greco: sentire dentro). L’artista bravo riesce non solo ad attivare la corteccia cerebrale agendo quindi su molte funzioni ma in qualche modo, con la sua opera d’arte, riesce a muovere i centri emozionali.
    Secondo questi ricercatori attraverso il meccanismo dettato da questi Neuroni Specchio si possono leggere e vivere gli aspetti visibili del comportamento degli altri, vale a dire le espressioni, i gesti, le azioni, ed è possibile richiamare, in maniera automatica, gli stati emotivi ad essi associati. Da un punto di vista anatomico, il ponte di collegamento che traduce le nostre espressioni corporee (elaborate dal sistema motorio) in stati emotivi (elaborati da un sistema emozionale), e viceversa, risiede in un’area del cervello chiamata Insula, (che prende il nome per via della sua particolare forma a isola) dove sono stati riscontrati detti Neuroni. Quando questa area si attiva nel nostro cervello, i movimenti e le espressioni osservati negli altri si legano alle nostre emozioni e noi facciamo esperienza in prima persona di ciò che provano gli altri.
    L’ipotesi è che, quando un’opera ci cattura, così come ad esempio la bellezza delle sculture classiche nella loro forma perfetta (ma il discorso vale anche di fronte alla bellezza di un bimbo o di un fiore), entriamo in uno stato di risonanza motoria e di empatia emotiva, che ci fa in qualche modo vivere le espressioni (fisiche) ed emozionali rappresentate dalla stessa. Tuttavia, l’aspetto più importante di questa ricerca è stata quella di dimostrare l’attivazione dell’insula, la stessa area che si attiva quando viviamo gli stati emotivi degli altri.
    L’opera artistica ben congegnata è in grado di evocare in noi tutto questo, proiettandoci in quella dimensione di sensazioni ed emozioni che l’artista ha voluto trasmetterci.
    Ho trovato questi studi, che sono in fase embrionale, estremamente interessanti in quanto possono aiutarci a comprendere meglio il meccanismo di veicolazione e di attivazione di una Forza Terapeutica attraverso Cifre, Simboli, Immagini ecc.

    Concludo con una ricetta della Cucina Italica Tratta dal libro del Dott. Buratto che fa bene alla vista e non solo.

    SESTA RICETTA

    PAPARDELLE ALLE FRAGOLE (Ingredienti per 4 persone)

    – 300 g di pappardelle
    – 300 g di fragole piccole mature (buona fonte di vitamina c e di antiossidanti)
    – 100 g di yogurt bianco naturale ( contiene vitamine del gruppo B e acido folico)
    – 50 g di ricotta di pecora (contiene molto calcio)
    – 2 cucchiai di olio extravergine di oliva (ricco di acidi grassi insaturi)
    – ½ limone: la buccia
    – 4 foglie di menta (contiene flavonoidi e il suo olio essenziale ha effetto antispastico)
    – 6 foglie di basilico (deve il suo profumo ai molti oli essenziali che contiene, i quali sono in grado di stimolare la secrezione salivare e gastrica)

    Diogenonn–
    Moderatore
    Post totali: 57

    Veramente interessante l’approfondimento di Bell sui neuroni specchio dal punto di vista dell’impatto che provoca in noi un’opera d’arte o qualsivoglia realta o essere con cui ci rapportiamo. Dei neuroni specchio avevo letto nel 2007 una segnalazione che è in area riservata, ma nulla era riferito all’arte e poco a gestualità e comportamento. Certo è che le neuroscienze potranno darci ottime notizie in avvenire. Un tema su cui ritrovarci sicuramente a parlare specialmente sulla parte finale del post anche perché l’Ideo-grafia è una “faccenda” che ci riguarda molto da vicino. Intanto mi piace l’idea di addormentarmi in un’insula si ma felix…

    wiwa70
    Partecipante
    Post totali: 168

    Non è la prima volta che leggo dei neuroni a specchio, responsabili della capacità empatica nelle relazioni umane, ma è molto interessante il collegamento di Bell in senso artistico(empatia con l’opera d’arte) e il significato ermetico che ne può derivare(ideografia). Anche l’esistenza di una ‘insula’ nel nostro organismo è particolare e strana: non pensavo infatti esistesse nel sistema vivente qualcosa che fosse “isolato” dal resto! Mi stavo chiedendo proprio questo ieri,leggendo per caso la vita di Leibniz(vissuto fra 1600 e 1700 ,matematico e filosofo,scienziato a tutto tondo, inventore, fra le tante cose, del sistema numerico binario e del calcolo infinitesimale,del concetto di funzione matematica e di numero integrale, precursore della neuro-informatica e del concetto d’inconscio freudiano). A proposito del significato dell’uno pitagorico e quindi del concetto di unità nella molteplicità,la sua definizione di monade, si rifà ad un’immagine del vivente che mi ha ricordato in parte quella ermetica di Matrice Universale Intelligente. Egli definisce la monade”forma sostanziale dell’essere; specie di atomi spirituali, eterne, non scomponibili, individuali, che seguono leggi proprie, non interagiscono, ognuna di esse riflette l’intero universo in un’armonia prestabilita. Ogni monade ha percezioni e rappresentazioni interne di ciò che esiste all’esterno,non osservando esternamente ma guardando dentro di sé, in quanto ognuna è specchio dell’Universo. Dio e Uomo sono anche monadi ma differiscono tra loro per quantità di coscienza che ognuna ha di sé e di Dio”. Così concepito il concetto di monade risolverebbe la diatriba mente\materia cartesiana e l’individualità spinoziana si potrebbe intendere come modificazione di un’unica sostanza. Infine Egli scopre la matematica dei limiti e il ‘principio degli indiscernibili’, utilizzato nelle scienze, secondo cui due cose che appaiono uguali, dal punto di vista razionale, in realtà sono la stessa cosa, poiché due cose identiche non possono esistere, da cui si deduce che ogni cosa esistente ha una causa e questo chiudeva il cerchio sul suo concetto di Male che secondo Lui non esiste in senso assoluto altrimenti diceva “Dio non sarebbe così sapiente da afferrarlo con la mente oppure non sarebbe così potente per eliminarlo”, concetto che lo condusse ad una visione utopica della società. Per questo grande contributo alla Scienza, sulla sua lapide, fu scolpito il simbolo dell’Uno dentro lo Zero,che mi ha ricordato il timbro della Pitagora, con l’iscrizione ‘Omnia ad Unum’… si direbbe dunque un degno discepolo di Pitagora!

    GELSOMINO
    Partecipante
    Post totali: 84

    Penso che l’Arte sia un saper fare e l’artista è uno che sa fare, sa realizzare qualcosa. In effetti la Magia fu detta Ars Regia e l’Alchimia Ars Magna forse proprio ad indicare una capacità operativa .Ma,se come scrive il Kremmerz :”Appena fuori la stretta necessità delle parole pei bisogni corporali definiti,la presentazione di immagini e di concetti mentali non è possibile che all’artista, cioè a chi ha un’anima,una mente,un intelletto più aristocratico della media , che prende,comprende,infiora e profuma tutto ciò che gli altri non possono né vedere ne comprendere.La musica e la pittura ne sono le espressioni fuori il linguaggio articolato, la poesia nell’armonia dei suoni e dei vocaboli per risvegliare la comprensione di idee di grado più nobile e determinare la coscienza di sentimenti o informi o inavvertiti.” allora il vero artista è solo colui che riesce in questo.

    BELL
    Partecipante
    Post totali: 61

    Vorrei fare una precisazione sul post di Wiwa 70: l’Insula prende il nome dal fatto che ad osservarla può ricordare la forma di un’isola ma non è assolutamente una struttura isolata, anzi è una parte della corteccia collocata in profondità presente sul lato destro e sinistro del cervello che ha molteplici collegamenti con tutte le altre aree cerebrali (Talamo, Amigdala, centri motori ecc.) per cui oltre ad avere un ruolo primario nell’emotività ha anche influenza su molte funzioni vegetative.Il nostro cervello e più in generale tutto il nostro organismo interagisce all’interno di un sistema unitario.
    Un abbraccio

    mara329
    Partecipante
    Post totali: 61

    Mi è capitato di non sapere in quale trhead del forum scrivere perché l’argomento ne riguarda più d’uno, ma è naturale che gli argomenti si intreccino. Incuriosita dai post di m_rosa e mercuriale a proposito di un utero verginale nella Farmacia degli Incurabili di Napoli, l’ho visitata e condivido con tutti le prime notizie ed impressioni. Nel cinquecentesco Ospedale di Santa Maria del Popolo degli Incurabili, voluto da una donna, ove i poveri erano curati gratuitamente da mali all’epoca incurabili (in particolare la sifilide detta in Italia mal francese e in Francia mal di Napoli), L’ARTE AIUTAVA A GUARIRE. Non erano sufficienti le cure mediche, l’assistenza e i farmaci, ma bisognava risollevare l’animo del paziente, nonché del medico che se ne prendeva cura, con la Bellezza e dunque con la permanenza in alcune sale dell’ospedale ove erano esposte opere d’arte. Agli Incurabili si superava il II stato della sifilide, e si arrivava al III, cioè alla follia. V’era pertanto il reparto detto la pazzeria e i “pazzi” ivi curati erano portati in giro in città una volta al mese. La splendida Farmacia degli Incurabili, la Spezieria laboratorio del farmaco, fu costruita all’interno del complesso ospedaliero nel ‘700. Fra i diversi farmaci, alcuni descritti come alchemici, v’era la famosa teriaca, in uso fino alla prima metà del ‘900. Nel primo ambiente della Farmacia v’è in una teca e, tutta in oro, una singolare composizione: la Sirena Partenope con ali d’uccello, come doveva essere secondo l’originale tradizione. Sotto di lei un utero infantile o verginale, anch’esso dorato e sotto quest’ultimo un diavolo. La spiegazione che la guida ha dato è la seguente: Partenope, parthenos o vergine cantava la conoscenza, e questa è infatti esclusivo appannaggio di una concezione verginale. Dal suo utero verginale doveva nascere l’elisir di lunga vita. E’ infatti dall’utero della madre garantita l’immortalità dell’essere umano. Si dice che Paracelso raccomadasse ai suoi discepoli di svegliarsi ogni mattina come appena usciti dall’utero materno. Nella II sala v’è in altra teca altro utero, questa volta con taglio verticale che illustra un parto cesareo. Va detto che nel ’500 fu istituito agli Incurabili un reparto di ostetricia che fu il primo del Sud Italia, ove già nel ‘700 si parlava dei diritti giuridici del feto. Mi ha anche stupita sapere che tra fine ‘700 e inizi ‘800, anni in cui arrivava l’Omeopatia dall’Austria, Napoli se ne fece portavoce nei confronti di altri paesi europei.

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