Farmaco come veicolo di volontà

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  • gennaro vitaloneippogrifo11
    Moderatore
    Post totali: 86

    Scusa, Greg Pelikan, ma immagino che tu intenda riferirti al “principio vitale”. Non è per pedanteria, ma anche il lessico è importante per evitare ambiguità di significato e incomprensioni, soprattutto quando sappiamo che non di rado la parola finisce per tradire, piuttosto che tradurre, quelle idee che, dati i nostri limiti umani, non sono di immediata comprensione. Ora, “corpo” indica qualcosa di funzionalmente strutturato, mentre il “principio”, ancor più se si tratta di “principio vitale”, dà l’idea di una forza, di un dinamismo potenziale in grado di operare a 360 gradi e perciò anche nei minerali, seppure limitatamente alle semplici funzioni di questi e che si circoscrivono essenzialmente ad attività chimico-fisiche. Allora, se opportunamente “potenziati” con un principio vitale intelligente e finalizzato, questi minerali, farmaci compresi, potrebbero, in ipotesi, diventare essi stessi veicolo di quel medesimo principio. Ma qui hai ragione tu: “bisognerebbe saperlo fare, ma per sapere come fare abbiamo bisogno di qualcuno che ce lo insegni e bisogna anche che noi si sia pronti per questo insegnamento”.
    Comunque, grazie per lo stimolo e buona navigazione.

    Gregorio ZucchettiGreg Pelikan
    Partecipante
    Post totali: 7

    No , ippogrifo 11 , quando dico “corpo” intendo proprio corpo vitale, composto da quattro eteri .Senza il corpo vitale il corpo fisico muore .Ma queste nozioni fanno parte di un altra scuola di pensiero ,quella Rosacroce alla quale appartengo. Ma , questo è il forum della S.P.H.C.I. e non è giusto parlare d’altro. Ho solo voluto specificare che intendevo dire proprio corpo e non principio vitale.
    Vi chiederete cosa ci faccio qui ,pur appartenendo ad un altra scuola , e la risposta è semplice : qui si parla di guarigione , e la Terapeutica S.P.H.C.I. adottata è molto simile nei modi e nei tempi a quella in uso presso di noi. Più approfondisco e più punti di contatto trovo tra le due modalità, almeno fin ora .Per cui sono molto felice di scoprire che esistono Scuole che , seppur diverse, si prefiggono lo stesso scopo : guarire gli ammalati, o perlomeno cercare di alleviare le loro sofferenze, nel modo più amorevole, impersonale e disinteressato possibile.

    Giuseppe BuzzottaG_B
    Partecipante
    Post totali: 5

    Buongiorno a tutti, come mio primo intervento in questo luogo virtuale, cogliendo occasione per ringraziarvi per questa opportunità di confronto, vorrei fare ritorno al concetto di apertura di admin Kremmerz.
    La riflessione in merito al papiro di Ebers, condivisa dall’Accademia sebezia, mi fa pensare anche a come vengano prodotti i farmaci nell’altopiano di Qinghai in Tibet, dove da oltre 4000 anni si pratica questa medicina che comprende principalmente materiale vegetale ( ma anche animale e minerale). Questi farmaci vengono sempre preparati seguendo i riti legati al culto del Buddha della medicina, quindi mantra, ed altre pratiche di applicazioni della volontà dei lama sul farmaco, tutto allineandosi con le vari fasi lunari.
    la mia riflessione è la seguente, così come in natura ogni “seme” per attivarsi, ha bisogno di condizione esterne precise ( umidità, pressione, luminosità, ecc), potrebbe valere lo stesso per un farmaco sin dalla sua origine ? ( cioè a partire dall’indagine dei ricercatori e dalle loro sintesi di altre esperienze farmaceutiche precedenti).
    L’immagine è quella di un farmaco come un essere vivente, o meglio vivificato, (come per tutte le forme viventi in natura) da alcuni fattori: principio vitale, volontà, intelletto.
    Mi farebbe molto piacere un vostro riscontro, intanto vi porgo i miei saluti.

    gennaro vitaloneippogrifo11
    Moderatore
    Post totali: 86

    Benvenuto nel sito G_B! Augurandoti una serena e interessante navigazione, ci auguriamo anche di leggerti spesso.
    Sono totalmente digiuno circa le pratiche tibetane o buddiste sulla preparazione dei farmaci, ma, da quel che dici, parrebbe che presso quelle culture tale preparazione non sia disgiunta dall’esercizio di pratiche rituali. Ebbene, come certamente sai, il processo che porta alla realizzazione di un farmaco nell’industrializzato mondo occidentale è molto lontano da quel tipo di pratiche, sia per approccio culturale sia per modalità di realizzazione, e perciò l’immagine alla quale ricorri, quella dell’essere vivente, si porrebbe, a mio parere, solo nei termini di un’analogia molto astratta, per quanto suggestiva. Semmai, restando nell’ambito di quanto è nella prassi della scienza farmacologica, che non bisogna dimenticarlo propizia innegabili benefici nella cura delle patologie, la questione sta nel come, se possibile, aggiungere al risultato finale dell’approccio meccanicistico che presiede alla realizzazione di un farmaco (a partire dalla sua “ideazione” fino alla sperimentazione conclusiva), un “quid” che potenzi l’azione del farmaco stesso, nel senso di moltiplicarne l’efficacia ed eliminarne, o quanto meno ridurne, la nocività degli effetti collaterali quasi mai assenti. La Scienza Ermetica dispone di strumenti tradizionali che vanno in questa direzione e il cui uso è strettamente connesso con la volontà dell’operatore che vi fa ricorso, volontà che per patto imprescindibile è votata esclusivamente al Bene. E’ in questo senso, allora, che si può parlare appunto di farmaco come “veicolo” di volontà, in quanto portatore di quel quid aggiuntivo “donatogli” dall’azione dell’operatore ermetico.
    Buona giornata a te e a tutti i naviganti.

    Giuseppe BuzzottaG_B
    Partecipante
    Post totali: 5

    Grazie per il chiarimento e per il benvenuto ippogrifo11 , spostare il punto di vista da una dimensione troppo astratta delle analogie tra le cose in natura, e porsi in una nuova corrente più chiara, purificata da una serie di abitudini nel pensare e non solo, spesso inconcludenti per quanto suggestive, è un passaggio importante in questo percorso ( interno alla schola e all’ermetismo in generale). Dico bene?
    è un punto per me importante, provo a spiegarmi meglio.
    Restituire delle immagini “aperte” dal punto di vista del significato, che abbiano la qualità di “innescare” delle riflessioni in chi legge o guarda o ascolta ( questo nelle applicazioni artistiche ad esempio ) può essere, e spesso lo è, una qualità positiva.
    Mentre nel metodo della sperimentazione “ermetica” questo approccio non è molto funzionale, giusto?
    Questo cambio di visione, questa chiarezza di approccio, è molto difficile senza un ‘applicazione pratica di quanto si va apprendendo, forse impossibile, senza quegli strumenti di cui parlavi nella risposta precedente, perché il rischio di essere risommersi da quella “corrente” comune, è alto.
    Che questa “corrente” venga dall’affascinante oriente o dall’estremo nord, poco importa, è comunque confusione, spesso.
    Ditemi, ve ne sarei grato, cosa pensate.
    Grazie, buona giornata a tutti.

    patrizia calendatanaquilla9
    Moderatore
    Post totali: 336

    In effetti, e con questa mia ti do anche io il benvenuto, bisognerebbe uscire dal mare magnum delle filosofie (ideologie, astrattismi, comparazioni prive di spirito critico, ecc.). La sperimentazione, l’indicazione ermetica di partire dalla concretezza per risalire alla teoria e il riportare sempre tutto alla propria esperienza, sono validi aiuti per ognuno. Buona serata

    Giuseppe BuzzottaG_B
    Partecipante
    Post totali: 5

    Grazie, per il benvenuto. Buongiorno

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