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ippogrifo11
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“Perché la ricerca è tutta volta al pezzo di ricambio e non all’officina che aveva prodotto i pezzi originali?”
Ottima domanda, con risposta non scontata né semplice. Tuttavia qualche riflessione ulteriore credo valga la pena che sia fatta.
Fino a non molto tempo fa, diciamo poco meno di due secoli, il lavoro aveva come fine la produzione di beni di immediato utilizzo – si badi bene: utilizzo, non consumo – e veniva svolto presso le famiglie o nei laboratori degli artigiani. I beni “di consumo” erano, nella più stretta accezione del termine, quelli alimentari, ossia derivanti dalla produzione agricola e dagli allevamenti. Più tardi il lavoro cambiò forma, si segmentò e si specializzò, inducendo alla standardizzazione dei processi produttivi che ebbe, come immediata conseguenza, la standardizzazione del prodotto finale. La standardizzazione del prodotto – e quindi delle parti componenti – rese possibile la disponibilità delle “parti di ricambio”. Contemporaneamente, però, si verificò anche un altro mutamento nella filosofia del lavoro e nella finalità del lavoro stesso, mutamento tutt’altro che trascurabile: da mezzo per la produzione di beni di immediato utilizzo, il lavoro, segmentato e specializzato, si trasformò in mezzo per la produzione di sovrappiù, ossia di profitto, e da quel momento il bene di immediato utilizzo cambiò natura e divenne “bene di consumo”, ivi incluse le parti componenti, diventate così “parti di ricambio”. Dunque, il concetto di “parte di ricambio” è strettamente associato a quello di “bene di consumo” che, come tale, è intrinsecamente effimero. Ora, se in questa prospettiva si fa rientrare anche la vita umana, specialmente quando a questa non si sia in grado di riconoscere una finalità che non sia racchiusa nello stesso compiersi – ed esaurirsi – dell’evento vitale (una volta la prospettiva era quella offerta dalla religione, ossia la vita oltre la vita), ecco che la vita si riduce essa stessa a essere vista come bene di consumo, semmai da consumarsi il più a lungo possibile e al meglio possibile. In quest’ottica, la disponibilità di qualche “pezzo di ricambio” rappresenta un optional niente affatto trascurabile e purtroppo, nella visione aberrante e aberrata del “pezzo di ricambio” a ogni costo, si è giunti persino a garantirne la disponibilità prelevando il necessario da altri esseri umani, in qualche caso bambini il cui unico torto era quello di non avere una famiglia, o una società, disposta a proteggerli dallo sporco traffico.
Ora, e per tornare alla domanda di partenza, perché non ci si rivolge all’officina che aveva prodotto i pezzi originali? Forse perché produrre – e installare – pezzi di ricambio è più vantaggioso. O forse perché quell’officina è semplicemente troppo distante, per il tipo di investigazione che richiederebbe, dall’approccio utilitaristico: la revulsione di mentalità e di valori etici, presumibilmente necessaria per affrontare tale ardita ricerca, rappresenterebbe un azzardo assai poco redditizio per chi è ossessionato dalla puntata a un unico giro di roulette.

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