Rispondi a: ECCE QUAM BONUM ET QUAM IUCUNDUM HABITARE FRATRES IN UNUM

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Buteo
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Vorrei spendere due parole su Ippocrate (Cos, V sec. a.C.), perché non mi sembra corretto che certa letteratura ne faccia un antesignano dell’omeopatia.
Considerato la massima personalità medica dell’antichità, viaggiò molto come medico itinerante approfondendo le conoscenze in Egitto Siria e Sicilia, fondò a Cos la sua scuola, le sue opere furono raccolte nei 72 libri del Corpus Hippocraticum dai bibliotecari di Alessandria nel III sec. a.C..
Cercando di semplificare e sperando di non banalizzare, dirò che suo grande merito fu impostare l’arte medica sull’osservazione del malato e sul ragionamento. Pur in carenza di nozioni di anatomia e fisiologia, il suo insegnamento fu tale che ancora oggi noi eseguiamo l’anamnesi e la visita medica in base ai suoi dettami.
Si occupò di ferite, fratture, lussazioni, epidemie, clima e numerose malattie che ancor oggi identifichiamo grazie alla precisa descrizione dei sintomi.
Sua è la ‘teoria degli umori’, in auge fino al XIX sec., i cui fondamenti si rapportano ai quattro elementi fondamentali (acqua, fuoco, aria e terra) di Empedocle. Quattro umori di cui il corpo umano sarebbe composto: il sangue, la flemma (o catarro o muco), la bile gialla e la bile nera, che nell’uomo in salute sarebbero in armonia. Lo stato di malattia sarebbe invece dovuto alla disarmonia fra gli umori, per il calare o il prevalere dell’uno o dell’altro, a causa di uno squilibrio tra il mondo esterno, inteso come clima aria cibo bevande, e quello interno al corpo umano.
La cura deve mirare al ripristino dell’equilibrio fra esterno e interno.
Ippocrate si rende conto delle capacità autocurative del corpo: l’intervento deve essere ‘calibrato’ e il medico attento a non arrecare danno o offesa al paziente (da cui ‘primum non nocere’). La terapia si fonda su regime alimentare (cibo, bevande), chirurgia, cure fisiche (bagni caldi o freddi, il clima, l’aria), farmaci di origine minerale e vegetale.
Il ricorso alle sostanze curative, ad es. alle piante medicamentose, era fatto con moderazione perché, nella sua attenta osservazione del malato, aveva notato che, mentre piccole dosi di quelle sostanze (diremmo oggi dosi farmacologiche) potevano alleviare i sintomi, grosse quantità potevano provocare sintomi sovrapponibili a quelli determinati da alcune malattie. Di ogni sostanza quindi Ippocrate ricercava la dose minima efficace, il più possibile esente da effetti collaterali. E ciò è rimasto alla base della moderna farmacologia.
Quand’anche, nella ricerca della terapia più efficace, Ippocrate avesse adottato il principio del ‘similia similibus curantur’, ciò non ebbe nulla a che fare con il metodo elaborato da S. Hahnemann per ottenere un prodotto ‘omeopatico’.

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