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    Riguardo ai meccanismi della nutrizione ‘psichicamente controllati e veicolati’ su cui ci invita a riflettere Admin, riporto il caso clinico di una sig.ra 49enne, che chiamerò Maria.
    A Maria è diagnosticato in dicembre cancro della cervice uterina, stadio IVB (il peggiore). Tumore molto esteso, infiltrante utero, vagina, vescica, parametri, fascia meso-rettale, uretere dx, linfonodi pelvici, crurali, addominali, toracici e metastasi polmonari. Inoperabile. Prognosi severa, dovrei dire infausta.
    Edotta sulla Fratellanza Magico Terapeuica di Miriam, Maria ha iniziato il ‘trattamento’ ermetico, ancor prima di quello antiblastico. Ha chiesto quali gli alimenti indicati e controindicati: io non avevo competenza, le colleghe oncologhe, per onestà intellettuale, si sono astenute da qualsiasi indicazione. Non c’è infatti ad oggi evidenza dell’efficacia di una dieta verso un tumore.
    Maria non si scoraggia: indaga ricerca legge. Si confeziona una dieta personale eliminando e introducendo alimenti. Ne esce una dieta particolare, ma nel complesso equilibrata.
    In gennaio inizia protocollo chemioterapico con cisplatino e paclitaxel per 3 cicli. Cadono i capelli, c’è malessere nell’immediato post-terapia, ma non effetti collaterali di rilievo.
    Il 1°step valutativo è a marzo. Il risultato incoraggia le colleghe oncologhe a proseguire con altri 3 cicli. È di questi giorni la rivalutazione strumentale, che mostra la pressoché completa remissione del tumore in tutte le sedi precedentemente infiltrate e assenza di metastasi.
    Cosa sta funzionando? L’efficacia degli antiblastici è provata, ma questo di Maria è un risultato che va aldilà di ogni più rosea previsione e che all’Istituto Oncologico di riferimento non era ancora capitato. È possibile che la dieta abbia avuto un effetto parallelo o potenziante il farmaco? E cosa è stato efficace: gli antiblastici? la dieta? la terapia ermetica?
    Non sono in grado di rispondere come medico. Posso esprimermi in veste miriamica, ma più autorevolmente potranno dire i Maestri. Io ho visto Maria guidata da un qualcosa che apparteneva a lei e sul quale io, medico, non avevo il diritto di interferire con consigli o veti. Posso ipotizzare che l’intervento terapeutico ermetico abbia agito da attivatore dei meccanismi cellulari responsivi all’azione dei farmaci antiblastici. E posso ipotizzare che in Maria abbia agito e agisca l’Hermes, attivato dalla corrente terapeutica ermetica alla quale Maria ha subito fatto ricorso, guidandola nella scelta istintiva di quei nutrienti che, posso ulteriormente ipotizzare, stiano giocando il loro ruolo verso la guarigione.
    A Maria, ora in attesa che lunedì il collegio dei medici si esprima sul proseguimento antiblastico/radioterapico, formulo il fervido augurio di salute e luce e la ringrazio per l’essere per me prova eclatante dell’efficacia della medicina ermetica.
    Ai Maestri della nostra Fratellanza il sentito ringraziamento per l’aver reso e rendere disponibile a chiunque ne faccia richiesta un così potente strumento di guarigione ed evoluzione.

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    Non so se le piante ‘danzino’ a suon di musica, perlomeno così come la percepiamo noi con le nostre orecchie, ma di certo c’è un che di gentilezza in questa notizia. Forse le piante ‘danzano una musica’, un’armonia che i nostri sensi non colgono, ma concordo con l’idea che siano ‘così piene di vita’ e che la natura rigeneri se stessa. Nei giorni in cui questo era l’argomento nel blog, mi era capitato di vedere immagini girate con un drone sulla città di Chernobyl. Ed era lì evidente come alberi, erba e arbusti vadano riappropriandosi dei luoghi cementati e asfaltati, espandendosi sugli edifici abbandonati, in un continuum vitale, come già è stato detto, aldilà dei nostri atti irrispettosi e sconsiderati.

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    Ringrazio Admin per i chiarimenti. Con la speranza di non uscire dal seminato, visto lo scarso interesse verso ‘Il primo re’, mi permetto di segnalare un altro film: ‘Il corriere- The mule’. Non avrei mai perso tempo in un film sull’argomento, se non fosse perché interpretato e diretto da Clint Eastwood.
    Il film scorre leggero, ironico e imprevedibile, con il filo sempre teso a mantener desta l’attenzione. Viene da chiedersi se quest’uomo, così vecchio, sia consapevole di ciò che sta facendo.. Lo si vedrà alla fine. Perché lo fa? Perché la vita lo conduce lì. Brama denaro? Il denaro è un mezzo, è indispensabile per riavere la casa, per avere il pick-up quando il suo l’abbandona, per aiutare amici in dissesto, gli stessi fornitori di droga, la famiglia con la quale ha esili rapporti.. Sì, c’è qualche cedimento melò, soprattutto sul tema famiglia, ma a un americano si può perdonare..
    Perché posto in questo thread? Perché è intitolato al primo germoglio nato sulla Luna e.. subito morto. Ed Earl Stone è appassionato coltivatore di emerocallidi, i cui magnifici fiori sbocciano al mattino e muoiono alla sera… E lui è sedotto da questo fiore che lo assorbe totalmente. Per il fiore trascura la famiglia, dimentica il matrimonio della figlia, finisce sul lastrico..
    Lo vediamo ora guidare avanti e indietro sulle strade, come trascinato dalla vita. Eppure mai in balia della corrente. Eh sì, perché Stone è un eroe, è stato eroe di guerra… Ora va, segue i percorsi, non contrasta, eppure si percepisce un intimo distacco… Si scoprirà il perché alla fine: il suo animo è rimasto sempre insieme e fisso al fiore… Ora Stone può essere quel fiore, che ogni mattina nasce e ogni sera muore.

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    in risposta a: Eventi e Segnalazioni #14420

    Riconosco che l’ambientazione ‘primordiale’ del film abbia indotto a chiedermi se fossero veramente così primitive le popolazioni italiche dell’VIII sec. a.C., coeve a quegli etruschi, che ho sempre percepito civili e raffinati. Ma, forse, il particolare storiografico assume secondaria importanza perché qui a parlare è il mito e nel mito la narrazione si pone al di fuori del tempo e dello spazio. Sappiamo che il mito è tale perché vive in ogni epoca: forma le coscienze, è raccontato ai giovani, perché entri e agisca in loro attraverso l’analogia e li trasformi.
    La primitività, la brutalità, l’uso del protolatino hanno rievocato anche in me il contesto ebraico-cristiano, come rappresentato ne ‘La passione di Cristo’ del 2004 (che non mi è mai interessato vedere). Non riesco però qui a cogliere la divisione manichea fra Male e Bene dell’Antico Testamento, dove Caino è il Male e Abele è il Bene. Sono gli Albani il Male e sono i Romani il Bene? O è Remo il Male e Romolo il Bene?
    Io ho visto due eroi, due uomini che sono ‘fratelli’ e che pensano e agiscono in sintonia. Cosa li spinge? il Bene? Direi piuttosto l’inesorabile legge di Natura che dà vita o dà morte.
    Tutto il branco, in entrambi i popoli, è composto da uomini ‘forti e brutali’, Romolo e Remo inclusi. Quale la differenza fra loro e gli altri? La forza fisica? Sì, forse, ma direi piuttosto l’intelligenza e l’astuzia, la capacità di attuare una lucida strategia. Fra i due fratelli c’è unità di mente e di cuore. Di più, c’è Amore: sono ‘la foglia e il suo dorso’, dirà la Vestale. La loro non è lotta per il potere e non è lotta per il bene: è lotta obbligata per la sopravvivenza di se stessi in primis e degli uomini coi quali fanno gruppo poi, consapevoli di essere reciprocamente gli uni indispensabili agli altri. La vittoria, di cui i fratelli si rendono artefici, dà loro lo scettro del comando. La regalità è riconosciuta sul campo perché lì è conquistata (come è in ogni settore delle cose umane, come è per l’iniziato la conquista della propria evoluzione). E sarà Remo ad assumerla in sé, perché l’amato fratello è ferito e ed è in lotta fra la vita e la morte. Non per questo lo abbandonerà, anzi. Remo prosegue guidando da solo il piccolo drappello che è diventato il suo popolo, difendendo strenuamente il fratello, fino a quando non cadrà. Quando cade Remo? Quando sarà chiesto all’Aruspice di leggere il destino di quel popolo nelle viscere dell’animale sacrificato. È lì che Remo, percorrendo il solco scavato nella sua mente dal pensiero di essere egli il Re, fraintende, convinto che ormai la regalità sia cosa sua. E crede di dover compiere il destino. Non questo aveva detto la Vestale. La foglia si sarebbe staccata dal suo dorso, uno dei fratelli avrebbe ucciso l’altro: solo allora il destino si sarebbe compiuto, solo allora uno dei due fratelli, e non dice quale, sarebbe stato il Re.
    Ecco perché rispetto alle elucubrazioni mentali, il mito mi affascina. Le immagini del mito sono una fantasmagoria della vita da cui si emana un flusso che entra e amplia la coscienza, che guida e indica ostacoli, pericoli…

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    Caro guglielmo tell, ti devo dire che da qualche giorno o mentre sono in auto o mentre mi affaccendo in qualcosa di poco impegnativo, mi risuona in mente ‘la rispost e’ dentro di te… eppero’… e’ sbagliata!’ e rido, rido… Perché? Non lo so! Forse per quanto ci illudiamo, pardon, mi illudo di conoscere, di aver capito, di sapere… e la sana ironica sciacquata dal nostro italico stivale mi riporta a star coi tacchi a terra..

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    in risposta a: Eventi e Segnalazioni #14227

    Ho visto ‘Il primo re’, appena uscito nelle sale: brutale, truculento senza cedimenti melodrammatici. Non conoscevo così la nostra storia e ringrazio gli autori per avercela proposta. Inviterei, se posso, gli utenti del forum a vederlo. Non tanto per approfondimento storico, ma perché con sottile abilità gli autori ci fanno intravvedere l’errore, il fraintendimento, senza dircelo. Dove e quando si è compiuto? Ritengo a una soglia importante, cruciale, dalla quale, proprio nel ‘cammino’ che percorriamo, è possibile per me, forse per alcuni di noi, in ogni momento, non appena ci si ritrovi (o ci s’illuda di trovarsi) un gradino più su e poi un po’ più su… cascare… Può essere che non concordiate affatto con me, o che notiate ed evidenziate altro di importante, e vi ringrazierei se lo segnalaste.

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    Ringrazio Admin per il filmato e il messaggio contenuto.
    Mi sento di condividere buona parte dei pensieri di holvi49. Più difficile mi è intendere la relazione fra emozione e Amore. Perché ci emozioniamo sì alle immagini belle colorate e morbide della Natura. Ma, se la Natura riveste altre forme e colori, che succede? Non uccidiamo forse la cimice, colpevole di esser marrone e puzzolente, e… se la cimice fosse verde? fa lo stesso. Non schiacciamo la zanzara? Il cui nutrimento son quelle poche emazie della goccia di sangue che ci succhia, indubbiamente vive, ma in numero così esiguo da essere ininfluente alla nostra vita… Eppure, per quel ponfo e quel fastidioso prurito, merita inesorabilmente di morire. E le pulitissime formiche? E i ragni? Oddio, orrore! Serbatoi di chissà quali veleni… e poi, ricettacolo di sporcizia e polvere. Al proposito, proprio leggendo di streghe e masche, mi è ritornato agli occhi lo stereotipo della strega che vive in una casaccia con ragnatele, topi, pipistrelli.., amante d’immondizia e sudiciume? E perché non, invece, rispettosa della vita? Della vita in ogni sua espressione, al punto da non uccidere in modo gratuito neanche un ragno, una mosca, una formica.. E sì, insopportabili mosche che ci ronzano attorno.. e zag! una palettata, fine della storia! Eppure nei documentari o andandovi di persona vediamo bimbi africani indifferenti alle mosche sul loro viso.. E poi, l’avete vista anche voi la pubblicità della collezione di insetti esotici, bellissimi, coloratissimi venduti incapsulati nel plexiglass.. per il godimento dei nostri occhi e di mocciosi che presto li getteranno nell’immondizia? Quelli erano vivi.
    Ricordo bene le parole del Maestro qualche tempo fa quando ci disse: tutto è Natura… anche l’odore di stalla è Natura, sottintendendo, nello specifico, essere Natura anche ciò da cui si emana.

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    Sento e mi associo allo sconforto di Mercurius3, e di chi ha scritto sul blog, per il figlio dell’amica. Sconforto e impotenza, perché il giovane, che ci dice affetto da ‘Hikikomori, la sindrome dei ragazzi che si chiudono in camera..’, si badi bene, non è affatto un ragazzo, intendendosi per tale un pre- o un adolescente. La sua sintomatologia si è manifestata invece a 19 anni, in età ormai postadolescenziale, all’inizio dell’età adulta. E oggi dovrebbe essere un adulto di circa 25 anni, ‘troppo grande per imporgli uno psicoterapeuta’, troppo tardi per colmare vuoti che ha dentro di sé… Situazioni tali non insorgono un giorno con l’altro, ma hanno radici lontane. Ippogrifo ci rammenta la responsabilità dei genitori in primis, e Garrulo ci riporta quanto scrisse Kremmerz riguardo al ‘maestro di scuola’.
    A tal proposito voglio segnalare il link https://www.youtube.com/watch?v=0dDk-UfKfGM a un discorso che Umberto Galimberti ha tenuto sul disagio giovanile. Il filosofo ripercorre le fasi della crescita, rammenta che ogni figura ha il suo ruolo inderogabile e il suo tempo in cui agire e pone l’accento sull’importanza che i genitori esercitino una presenza amorevole e ‘permanentemente attiva e vigile’ come scrive Ippogrifo, insostituibile nei primi 3 anni di vita. Amore che non meno deve permeare il mondo della scuola: l’insegnante deve essere, quale il Kremmerz descrive nei Dialoghi riportati da Garrulo, fonte ‘di una irradiazione benevola’ e comunicare ‘la sua maniera di porgere, le sue abitudini mentali e la stessa intonazione del suo essere’, perché sentimento, senso del bene e qualità positive, che favoriscono la civile e buona convivenza, non sono innate, ma devono essere apprese durante fanciullezza e adolescenza tramite l’educazione. E la scuola è in primis educazione e non istruzione, ci dice il filosofo, e chi educa occorre diventi polo di attrazione autorevole quando, verso i 12 anni, l’insegnante inizia a sostituirsi al genitore quale riferimento ed esempio per i ragazzi.
    Non ci deve poi far stupore che nella stessa famiglia i due gemelli abbiano storie così differenti. Aldilà del ‘sentiero già arcanamente tracciato’ in ognuno di noi, la madre molto difficilmente riesce ad avere stesso identico sentimento e comportamento verso ogni figlio, perché frutto d’interazione e proiezione fra le due parti e lo stesso sarà per il padre. A volte è sfacciatamente palese, a volte impercettibile, ma la differenza dei rapporti, anche se involontaria, esercita il suo influsso fin da bambino, con effetti che si palesano in età adolescenziale e adulta.

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    Grazie Alef2006 e tanquilla9, sono concetti, almeno per me, di non immediata comprensione. Mi occorreranno tempo e studio..

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    Se l’immagine dell’elicoide è ricorrente nella nostra Schola, di più difficile comprensione è per me la relazione tempo /alte e basse velocità riportata da Alef2006.
    Tema dibattuto nei secoli, quello di spazio e tempo, cui si lega il concetto di percezione della realtà, meglio direi della materia. Numerosi i filosofi che, avendone fatto oggetto d’indagine, definiscono spazio e tempo fattori non ‘reali’ ma mentali, in quanto proiezioni di processi che si svolgono nella nostra mente. Evenienza di cui possiamo renderci conto ponendo un certo grado di attenzione e di concentrazione.
    Una parziale comprensione del processo può venirci osservando i malati di Alzheimer: in loro il progressivo deteriorarsi della memoria conduce drammaticamente a una altrettanto progressiva incapacità di riconoscimento dell’ambiente, sia di cose sia di persone, nonché di se stessi, e alla perdita della percezione del tempo e dello spazio.
    Cerchiamo ora di immaginare noi stessi a ‘memoria zero’: occorre un certo sforzo, ma si può fare.
    Se ho e ho sempre avuto ‘memoria zero’ io percepisco (vedo, sento, odoro, tocco) solo adesso e adesso e adesso e non posso trattenere il ricordo di quanto ora accade e or ora è accaduto. Per lo stesso motivo io sono qui e sono qui e sono qui..: senza il ricordo della posizione appena precedente non posso vedere né il mio né l’altrui movimento. Di conseguenza non posso avere l’idea del tempo, in quanto la percezione di tempo e spazio si ha in relazione al movimento nostro e di ciò che è nell’ambiente. Potremmo allora immaginare di trovarci in ‘fotogrammi’ come è delle pellicole cinematografiche, fotogramma dopo fotogramma. Tuttavia, se io ho da sempre ‘memoria zero’, forse percepisco il qui e ora, ma, non avendo e non avendo mai avuto ricordi, né per questo nanosecondo né per i precedenti, non ho avuto e non ho la possibilità di conoscere le forme. Non avendo le forme mentali che mi consentano di percepire le immagini, ovviamente non vedo i fotogrammi.
    Infatti noi cogliamo ‘la realtà’ che ci circonda grazie all’interazione fra stimoli provenienti dalla materia e sensori che rivestono integralmente la superficie di tutto il corpo. Da qui i segnali giungono a quelle strutture cerebrali le quali, grazie alla funzione memoria, possono mantenere ed elaborare il ricordo di ciò che i sensi hanno percepito e percepiscono istante per istante, permettendo la costruzione del puzzle che dà forma mentale agli oggetti. In questo modo si creano le immagini che vediamo, e che riconosciamo, in quella che definiamo realtà. Senza i sensori degli organi di senso e senza memoria non è percepibile nessun tratto della materia. Ed è un processo questo che accomuna le menti di qualsiasi essere, non solo degli umani.
    Con l’inibizione completa della costruzione mentale delle forme, non percependo né l’ambiente, ovvero la realtà come comunemente intesa, né noi stessi quali individui separati, grazie al contorno/ contenitore in cui ci includono i nostri sensori, saremmo immersi e fusi in un magma indistinto, in cui non c’è spazio e non c’è tempo e.. tutto è veramente un’unica cosa. Né esisterebbe l’individuo con una coscienza di sé e tutta la materia sarebbe fusa nell’unica coscienza.
    Ora, se la ‘realtà’ si crea nella mente in virtù dell’interazione fra materia sensori e memoria e se il tempo è una funzione mentale, non riesco a comprendere né a farmi un’idea di cosa significhi “distinguere la nostra percezione (illusoria) del tempo da quella reale’, né delle alte e basse velocità rispetto alla ‘vera natura del tempo” e mi piacerebbe avere contributi e maggiori delucidazioni riguardo all’argomento, che trovo davvero interessante.

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    In risposta a Mercurius3, molto brevemente, oggi, dell’epcidina si sa che è una proteina sintetizzata soprattutto in fegato cuore e midollo spinale, che il gene codificante è sul cromosoma 19, che se entrambi i genitori sono portatori di mutazione genetica nascerà un soggetto affetto dal tipo 2 di emocromatosi (grave malattia da progressivo sovraccarico di ferro).
    Si sa che l’epcidina è un regolatore del ferro nell’organismo: quando le quantità in circolo e nei depositi sono adeguate, l’epcidina aumenta, bloccandone l’ulteriore immissione nel sangue. Viceversa, se il ferro circolante o depositato si riduce o se cresce la produzione dei globuli rossi (che necessita di ferro), la produzione di epcidina è inibita, favorendo l’assorbimento e la disponibilità del metallo.
    L’emocromatosi da carenza genetica di epcidina si realizza perché, mancando questa proteina, non può essere inibito l’ulteriore assorbimento di ferro una volta raggiunte le scorte. Si determina così accumulo nelle cellule, con danno di struttura e di funzione in diversi organi e tessuti.
    Questo per la parte genetica.
    L’altra evenienza è che nelle malattie croniche infiammatorie/infettive l’organismo reagisce con alta produzione di epcidina in modo ferro-indipendente, cui segue bassa disponibilità di ferro in circolo, perché il metallo resta sequestrato nei depositi. Di conseguenza si sviluppa anemia.
    Uno degli interessi attuali è capire quanto la condizione di carenza o sovraccarico di ferro influenzi la risposta dell’organismo ai processi infettivi e viceversa. E’ noto che il sovraccarico di ferro favorisce lo sviluppo d’infezioni, perché il ferro è essenziale non solo per l’uomo ma anche per molti patogeni che lo utilizzano per la sintesi di enzimi implicati nella produzione di energia o per il metabolismo. (ad es. è noto da tempo che il Plasmodium falciparum, responsabile della malaria, infetta meno e ha maggiori difficoltà a svilupparsi nei globuli rossi ferro carenti rispetto ai globuli rossi normali).
    “La sideropenia, intesa come riduzione del ferro circolante è quindi considerata un meccanismo protettivo di fronte al pericolo rappresentato dall’invasione di microrganismi e il fatto che la carenza di ferro causi anemia, rientra nella strategia del “male minore”. (Clara Camaschella, Ordinario Med. Interna San Raffaele, MI).
    Sono in corso sperimentazioni su molecole che abbiano l’effetto di equilibrare la produzione di epcidina. Gli studi necessitano di tempi idonei a garanzia che ai malati giungano prodotti efficaci e sicuri, il più possibile esenti da effetti collaterali. E, al momento, la Medicina Ufficiale non dispone di questi farmaci. In ciò non vedo un ‘alzarsi di spalle e arrendersi’. Vedo impegno serio, profusione di tempo, di energia e di passione. Vedo volti che s’illuminano per un possibile risultato, vedo il sorriso per un miglioramento clinico, vedo la gioia per la guarigione. E auguro che noi sempre più acquisiamo la consapevolezza che scienza umana e divina sono indissolubili, che scoperte e progresso avvengono in virtù di questo e che sono da sempre, come ci dicono i Maestri, La Schola.

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    Oh perbacco!! Gli spermatozoi nel cervello!?!

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    Qualche anno fa, una sorella miriamica e io, in fase di ‘iniziatico fervore’, volemmo sperimentare un ‘magico amuleto’, come reperito negli scritti del Kremmerz. All’uopo ci occorreva un pezzo di ferro di forma particolare, quale solo la mano di un buon fabbro poteva forgiare. Andammo così alla ricerca dell’idoneo artigiano e, proprio nelle vicinanze, incappammo in colui che subito ci apparve l’uomo giusto: capanno ricolmo di ferri vecchi battuti ritorti arrugginiti e attrezzi in ogni dove. E sul retro vi era una signora, un’artista dai bianchi e biondi capelli, e insieme andavano strutturando un’alchemica opera al nero al bianco e al rosso. ‘Costui è colui che fa per noi’ sottovoce e sottecchi ci dicemmo. E incautamente ci sbilanciammo nel dire che sì, insomma, l’ammennicolo ci sarebbe occorso in virtù di amuleto, così.., così come suggerito da Kremmerz… ‘Kremmerz??’ Ma sì, sì il Maestro Kremmerz … legga, legga di lui in internet… vada, vada sul sito… E, pregustandoci il desiato gingillo, felici ce ne andammo.
    Ma ahimè, quando facemmo baldanzoso ritorno, in luogo del ferreo orpello, rischiammo la cacciata a suon di lignea scopa sulle nostre terga, che retrocedendo in tutta fretta gli mostrammo. E fra noi sghignazzando con occhio pallato ci andavamo domandando: ma.. ma cosa avrà mai trovato in internet? Ma.. dove sarà finito? Fu così che scoprimmo il parterre di scempiaggini che popola la rete… Beh, da allora in poi ci guardammo bene dal diffondere generiche indicazioni.. Da allora in poi, ben chiari solo ‘nome e cognome’ del nostro sito!

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    M’inserisco nella discussione introducendo un argomento differente, che ritengo importante e attuale, perché gli accadimenti, che mi sono occorsi per l’aggravarsi della malattia di mia madre, mi hanno indotto a domandarmi come possano il medico e il familiare salvaguardare il principio della non prevaricazione verso quel paziente che non sia più in grado di decidere per la propria salute.
    Riporto a tal fine la mia esperienza.
    Il 4 agosto mia madre presentò improvviso grave scompenso cardiorespiratorio, in quadro avanzato di demenza senile. Quale avrebbe dovuto essere il mio comportamento, nel duplice ruolo del medico e del figlio?
    Non mi posi domande. Il medico intervenne. Praticai la terapia che ritenni adeguata alla sofferenza acuta. Il giorno successivo i farmaci non furono più sufficienti. Dovetti infrangere i precedenti propositi di evitare qualsiasi ricovero nell’illusione di una ‘serena’ morte a casa. Chiamai il 118 e ricoverai mia madre. Nella mia fantasia c’era un lento e indolore spegnersi. La realtà mi buttava in faccia un corpo che si dibatteva, per quanto potesse, nelle secrezioni che l’andavano soffocando..
    Nonostante la gravità, in ospedale le condizioni si stabilizzavano, pur restando ella sospesa tra la vita e la morte. Finché al settimo giorno si occluse la vena che consentiva l’infusione di liquidi sali e glucosio. I colleghi cercarono d’incannularne un’altra, ma invano. Il giorno precedente avevo scorto lievi segni di miglioramento. All’ingresso il punteggio Glasgow era 5 (scala di Glasgow per valutazione del coma, reperibile in internet), corrispondente a un coma molto grave. Ora saliva a 7, sempre grave, ma era ricomparso il riflesso di suzione (movimento di suzione all’avvicinamento delle mie dita alle sue labbra). Riflesso fisiologico nel neonato, grazie al quale inizia a ingerire involontariamente il latte, come alla nascita si avvia spontaneamente il respiro. Il riflesso, che scompare precocemente, riappare nella malattia da demenza senile.
    Lo lessi come un segno, ancorché inconsapevole, di possibilità/desiderio di vita. Ma mia madre aveva perso il riflesso di deglutizione. Impossibile farle ingerire alcunché per bocca.
    “Non le apporrò mai il sondino nasogastrico” avevo dichiarato in tempi non sospetti. E ora, vedendo che senza quella via di somministrazione (la meno aggressiva fra le possibili) sarebbe inevitabilmente deceduta in pochi giorni ‘di sete e di fame’, ai colleghi, nello studio medico, chiesi che le fosse applicato.
    “Tu vuoi fare accanimento terapeutico?” la non velata accusa di una collega. Ma come? Cosa sto facendo? Sto infierendo su mia madre? Ma io, io non l’avrei portata in ospedale, avrei continuato a curarla a casa, non il trasporto in ambulanza, non la corsa al pronto soccorso, non i giorni al suo capezzale, consapevole che la sua qualità di vita non sarebbe assolutamente migliorata, che si sarebbe protratta comunque la sua ‘sofferenza’… Ma quando il corpo ancora vive posso io consapevolmente non soccorrerlo e decretarne la morte? “Come… come vi comportate in questi casi?” “Noi lasciamo scegliere ai parenti, chiediamo loro cosa vogliano…”.
    È così? È così che si fa? Anche senza che la volontà del paziente sia stata, come consente solo oggi la legge, in precedenza espressa? E mia madre si era ammalata prima, prima di qualsiasi possibilità di esprimersi.
    Spetta a me, non quale medico, ma a me, quale discendente o parente, decidere se quella di mia madre sia una vita ‘meritevole’ di essere vissuta o viceversa decretarne ‘per pietà’ la fine? E cosa dovrebbe guidarmi verso l’una o l’altra scelta? L’idea che ella stia ‘inutilmente’ soffrendo? L’idea che la sua sia una vita ormai ‘inutile’? E ‘inutile’ a chi? A lei o ad altri? Un protrarre ‘inutili’ sofferenze, ma a chi? A lei o a chi si vede ‘costretto’ ad accudirla?
    Per 24 ore le è stata somministrata solo acqua, così sarebbe stato anche il giorno seguente, se non fosse che il collega, accortosi di un seppur impercettibile miglioramento, decise per la sacca nutritiva. E il giorno successivo, il 13 agosto, stabilizzatesi le sue condizioni, firmai per riportarla a casa.
    Tra altri e bassi, crisi subentranti e remissioni, 3 giorni fa un’improvvisa e drammatica crisi di scompenso. Intervengo? Certo! Cerco una vena, ma la trapasso… allora… l’antiipertensivo nel sondino nasogastrico… pochi secondi… i segni della morte sul volto… respiro stertoroso… il cuore sembra tenere… regolare… aspetto… non cerco più la vena… la signora che amorevolmente la accudisce, la chiama, piange, la bacia, l’accarezza, l’accarezzo anch’io… inaspettato un accenno di colore… un movimento degli occhi… Cerco la vena.. proseguo assolutamente la terapia…
    Avevo chiesto aiuto miriamico per mia madre e poi, in disfatta, un aiuto per il trapasso… Ma dalle gerarchie mi era giunto severo il monito “Mai dare l’ammalato per terminale quando ancora chiede per bocca altrui”. Allora non sono io a chiedere aiuto per lei, è lei a chiedere aiuto tramite me. È diverso… è nella sostanza diverso… E per me è una guida.
    Ora mia madre è qui, sul seggiolone polifunzionale, vigile, la chiamo e volge gli occhi, a malapena volge un poco il capo, ha qualche movimento agli arti, farfuglia sillabe incomprensibili… Da miriamico penso di aver appreso che non spetti a me, né come medico né come parente, un giudizio sulla vita.

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    Vorrei condividere alcune riflessioni dal film d’animazione Inside out, del 2015, che ho visto il mese scorso in tv. Nel film ogni essere, animali compresi, appare sotto l’egida di 5 emozioni primarie: Gioia, Tristezza, Paura, Ira, Disgusto, tutte alla consolle di comando della personalità, una di loro con la prerogativa di capo. Dalla loro combinazione armonica deriverebbe una vita equilibrata e serena.
    Come sappiamo, le emozioni si generano nella parte più antica del cervello, il sistema limbico, in reazione agli stimoli provenienti dagli organi di senso o per attivazione di aree del ricordo.
    Sappiamo che l’ambiente o mondo esterno è percepito tramite i recettori sensitivi, nei quali si originano le sensazioni e che tutte, olfattive escluse, afferiscono al talamo, centro di raccolta, d’interconnessione e di ricetrasmissione fra periferia, aree paleocorticali e neocorteccia.
    Alla nascita, delle aree cerebrali, a essere pienamente attiva è quella ancestrale, là dove si generano le emozioni e le reazioni connesse alla sopravvivenza, che sono innate, cioè presenti in tutti gli esseri e riscontrate in tutte le popolazioni. Nella prima infanzia vi afferiscono gli stimoli senza l’intermediazione della neocorteccia, che sappiamo strutturarsi sugli accadimenti dall’epoca prenatale in poi, in risonanza con le emozioni provate e con le esperienze vissute dal bimbo.
    Ogni evento, quindi, è percepito tramite i sensi, trasferito al talamo e da qui al sistema limbico dove sorge l’emozione, o un susseguirsi di emozioni in relazione alla modalità di percezione dell’evento stesso nel suo svolgersi fino alla conclusione, allorquando l’evento sarà incasellato nel circuito della memoria, tinto di quella emozione che alla fine sarà stata la predominante (la palla di un certo colore nel film).
    Alcuni eventi saranno d’importanza tale da diventare ‘ricordi base’, quelli cioè che fungeranno da ‘traccia’ alla capacità di sentire e di agire della personalità, condizionando il nostro modo di recepire gli eventi e le nostre reazioni agli stessi. Questo perché successivi eventi, assimilabili a quelli già occorsi, troveranno la matrice in quel primo ricordo a cui è associata quell’emozione, che sarà automaticamente richiamata alla memoria e che farà vivere la nuova situazione sotto la tinta di quella prima (o prime) emozioni. In questo modo si struttura, o sovrastruttura, la nostra modalità di porci al mondo. Il meccanismo, di difficile esposizione, è ben evidente nel film, che invito pertanto a vedere.
    Da queste premesse, ciò che vedo importante e ben posto in luce nel film è la funzione di Gioia.
    La vediamo affacciarsi per prima alla neonata Riley e subito innamorarsi di lei. Innamorarsi che vuol dire averne cura, proteggerla, seguirla e sostenerla negli accadimenti perché ogni evento, qualsiasi esso sia, si strutturi in esperienza positiva. Vediamo con quanta cura agisca sui ricordi base, affinché si stabilizzino nel color della Gioia: su questi si costruiranno le isole della personalità, che sono i piedistalli nel percorso della vita, cioè le risorse interiori che si attiveranno per affrontare tutto ciò che accade. E vediamo come protegga questi ricordi dalla contaminazione, dalla distruzione…
    Ma chi è Gioia? Non certo un’emozione. L’emozione è solo una reazione che si manifesta sul piano fisico e psichico. La Gioia rappresentata nel film è Volontà di Gioia. È l’essere interiore, attivissimo e combattivo. E tutta la sua irrefrenabile e disperata battaglia è ben espressa nel film. Non dimentichiamo che noi vediamo Riley e Gioia dalla nascita fin alle soglie della pubertà. Vediamo Reily crescere e strutturarsi. Gioia è già. Gioia è sempre attenta e pronta. Eppure assistiamo a quanto sia impotente, a quanto il suo affannarsi, correre, lanciarsi non preservi le isole della personalità dalla distruzione e Riley dalla disperazione. E questo perché Riley è una bambina, non ha ancora un bagaglio attrezzato per agire autonomamente con efficacia nel mondo. Gioia non può agire sull’ambiente esterno. Ad agire perché Gioia prevalga in Riley spetta ai genitori, ovvero a chi la Natura ha posto a tutela e cura dei nuovi esseri. Nel film si vede bene come siano essi a far sì che ogni evento sia ‘presentato’ alla bimba, cioè filtrato attraverso loro, che saranno barriera alle sue paure, conforto alla sua tristezza, capaci di consolarla con amore, rassicurarla e così rinforzarla affinché poco per volta Riley acquisti in sé la capacità di trovare quelle vie d’uscita in ogni evenienza sfavorevole e sappia godere appieno e gioiosamente di quelle favorevoli. Ed è ben evidenziato come il ritorno dell’attenzione e della cura dei genitori permetta il riattivarsi efficace di Gioia e la costruzione di nuove e più numerose isole della personalità a disposizione di Riley.
    Il film mi riporta alla necessità che ha il bimbo della presenza della madre, della sua amorevole presenza, e del sostegno del padre. Infanzia che sia né borotalco e batuffoli né trascuratezza o violenza, ma infanzia cui sia consentito vivere la vita della madre, il che vuol dire per il bimbo star con lei, assorbire da lei, dai fatti che quotidianamente le accadono e dalle emozioni che lei vive, l’esperienza di vita, così come è per tutti i cuccioli in Natura.
    E mi riporta alla fatica di vivere, adulto, su ‘isole della personalità’ traballanti o buie o gelide o violente o spaventose. Noi che sentiamo il richiamo alla ristrutturazione delle nostre isole e alla loro rigenerazione e trasformazione, possiamo trovarci di fronte a un lavoro immane, soli e senza genitori come siamo, se non fossimo accolti nella Fratellanza dove sono i Maestri a esser per noi quei genitori che con cura e Amore ci donano gli strumenti perché riattiviamo in noi la Volontà di Gioia, che in virtù di un benessere nostro da noi si diffonda alla materia tutta.

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