Le Dee Regali

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  • m_rosa
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    Mi sono imbattuta, tempo fa, in un testo che ho trovato interessante e mi ha aiutato a riflettere sull’attributo di Regina, che sovente viene attribuito alla Miriam. Ho fatto una piccola sintesi da condividere con voi.

    Da “IL SEGRETO DEL RE DEL BOSCO” di Carlo Dona’ (tratto dal volume “la Regalità” di C. Donà e F. Zambon, Carocci editore)

    In questo lavoro l’Autore si propone di approfondire il concetto di regalità femminile incarnata in una Dea, egli intende dimostrare che la Dea Regale possiede “un paradigma autonomo e ben determinato” non riconducibile direttamente, come molti autori vorrebbero – il Frazer in primis-, a un grande archetipo materno, nè a concetti inerenti alla fertilità del suolo.
    Il Dona’ prende le mosse dal mito di Diana Nemorensis a cui era consacrato il bosco dell’antica Aricia (oggi Ariccia, sui Colli Romani). Il mito narra che nel santuario di Nemi, cresceva un albero che nessuno poteva toccare, solo uno schiavo che fosse riuscito a liberarsi poteva spezzarne un ramo e avere così il diritto di battersi con il sacerdote e, se lo avesse ucciso, poteva regnare al suo posto con il titolo di Re del Bosco, Rex Nemorensis.
    L’Autore, tenendo conto che nella zona sono stati rinvenuti parecchi reperti archeologici riferentisi a Diana (statuette, cerve, modellini di organi sessuali, figure di donne con bambini, lance, ecc.) postula l’ipotesi che i rituali praticati ad Ariccia, non fossero collegati a riti riguardanti la fertilità del suolo ma nascondessero qualcosa di più segreto, collegato al concetto di regalità.
    Partendo dall’evidenza del fatto che il sacerdote in quanto Rex Nemorensis, fosse anche un re, e tenendo in considerazione l’assenza di indizi che lasciassero presumere una qualche attività legata alla gestione del regno, ne’ tantomeno a poteri magici o taumaturgici, e neppure legata a qualche rito di fertilità agreste, l’Autore deduce che il potere del Rex, e dunque la sua regalità, fosse connessa alla Dea. Il rituale del sacerdozio di Nemi, quindi, dimostra che esiste un certo tipo di regalità che viene conferita da una Dea (in questo caso Diana) nel momento in cui da Lei si è amati.
    A dimostrazione delle sue tesi l’Autore ricorda la quarta ecloga di Virgilio che inizia proprio con l’invocazione a una Virgo (Diana) che tramite il puer, che diventerà suo amante, riporterà sulla terra il mitico regno di Saturno.
    Prosegue poi con la disamina di varie tradizioni che attestano il concetto di regalità femminile o dea regale. I primi esempi di Dee che possiedono la regalità e che la concedono agli uomini che amano sono mesopotamiche: Tiamat (forse XII sec.a.C.) che innalza alla regalità suo figlio Quingu, facendone il suo sposo; Inanna o Ishtar sulla quale è disponibile una abbondante letteratura mitica che la descrive sia come Dea della guerra che dell’amore e sia, soprattutto, come Regina che, attraverso uno ieros gamos sacro, permette al Consorte di acquisire tutti gli attributi della Regalità, compresa la prerogativa di sacralizzazione del tempo (capacità di decidere i giorni adatti alle varie celebrazioni); l’Iside egizia che viene rappresentata dal geroglifico del trono, oppure, in India, Sri Lakshimi, la moglie di Visnu’ che viene definita “il culmine del potere regale”. Nella tradizione greca menziona Hera, mentre in quella latina, oltre a Diana, nomina Giunone anche se, afferma che l’assimilazione ad Hera le ha fatto perdere i connotati italici. Anche nelle tradizioni celtiche gli esempi non mancano dalle irlandesi Morrigan e Brigit, la gallese Rhiannon, la gallica Epona.
    Il Donà passa ad analizzare gli attributi della Regalità che queste Dee rivestono: il trono aureo, lo scettro, la corona a cui si aggiungono alcuni caratteri ricorrenti: la preveggenza, la bellicosità, la capacità di seduzione.
    Anche se in Grecia la preveggenza non è propriamente attributo di Hera, è pur sempre rappresenta da una Dea, Metis, mentre in tutti gli altri casi la preveggenza è attributo regale così come in Giunone Moneta a Roma (da monere, colei che avvisa).
    Circa la bellicosità, Hera è la madre di Ares, Dio della guerra, Giunone è spesso rappresentata armata mentre interviene nelle battaglie, caratteristica, questa, ben visibile anche nelle dee regali irlandesi.
    Per quanto riguarda la capacità di seduzione è evidente in Hera che addirittura, con quest’arma, soggioga il consorte e influenza a suo piacimento le sorti della battaglia (Iliade, libro XIV), ma è arma abituale anche nelle dee regali celtiche. Le Dee Regali sono sempre estremamente seduttive, nonostante siano collegate alla fertilità e possono avere figli, non sono mai dee madri e non sono mai raffigurate con la prole, ciononostante sono spesso dee del parto (Hera Giunone Diana hanno tutte l’attributo di “lucina”: colei che porta la luce), le norrene Freya e Frigg vengono invocate dalle donne in travaglio.
    Altri caratteri vengono individuati nella triplicità (Diana-Ecate, la celtica triplice Morrigan), nell’associazione con una coppa e con un animale sacro: la vacca per Ishtar, Iside, Diana, in questo caso rappresentata con il simbolo lunare delle corna, per la Dea Dia dei romani, il bue sacro per Hera, oppure la cerva consacrata a Diana-Artemide, all’arcadica Despoina e a Ecate; o anche il cavallo dedicato a Hera Ippia e alle celtiche Epona e Macha.
    Ulteriore caratteristica comune delle dee regali, è che sono tutte mogli di dei sovrani (Hera e Giunone spose di Zeus, così come Diana, che in Grecia compare come Dia o Dione come attestato, tra l’altro, anche dal santuario-oracolo di Dodona in Epiro, dedicato appunto a Zeus e Dione, Frigg moglie di Odino, ecc.) I sovrani consorti però, non presentano nel loro nome alcun attributo di sovranità, così ad esempio il consorte di Juno Regina è Giove Padre, e un padre appare essere anche Odino, inoltre molto spesso questi dei maschili padri, sono designati per mezzo del nome delle loro mogli, mentre non avviene mai il contrario: non esiste una Hera di Zeus, ma esiste Zeus Heraios.
    Il rapporto tra queste dee e i loro mariti è quasi sempre burrascoso e ciò può essere giustificato dal fatto che Esse sembrano avere una sovranità più profonda e più duratura rispetto ai mariti, ad esempio Hera partorisce per partenogenesi Tifone il quale può battere nella forza Zeus e può essere sconfitto solo grazie all’astuzia di Ermes.
    Queste dee sembra, inoltre, che debbano difendersi dai giganti che le vogliono concupire, certamente per il loro potere di seduzione, ma, più probabilmente perché i giganti con un atto di forza vorrebbero appropriarsi della Sovranità che Esse incarnano e che sembra possano conferire ad libitum.
    L’autore prosegue indicando lo ierosgamos come la modalità con cui le Dee conferiscono i caratteri della sovranità ai consorti. Così nel caso di Diana Nemorensis, di Ishtar, di Hera che, anche se non conferisce la regalità ad un nuovo sposo, pur tuttavia ogni anno, come racconta Pausania (2,38,2) riacquista la sua verginità e si risposa con Zeus; o come in tutti i miti celtici rimasti vivi nella storia d’Irlanda dove, anticamente, la cerimonia dell’incoronazione regale era definita con la locuzione “banai rigi” letteralmente “andare a letto con”. L’autore completa il suo studio sulle Dee Regali, con una veloce carrellata su fiabe e romanzi del ciclo arturiano, dove la Regina è sempre legata al conferimento del potere temporale.

    Kohan Peter
    Partecipante
    Post totali: 4

    Desidero fare una breve riflessione…

    Credo che l’Amore con l’iniziale maiuscola – ovvero Regale – non consista in un esercizio di “possesso”, ma di “donazione” autentica. Quando non sia “terreno”, come attributo ottenuto per conquista, ma “celeste”, quindi elargito senza averne ritorno alcuno, ma che va poi piuttosto meritato.
    Pensare alla Regalità come ad un attributo sessuale o, peggio, sessista (che sia elaborato al maschile o al femminile), credo finirebbe infine per vili-penderlo o renderlo in altri termini centrato sul “Sé”, invece che sull'”Altro”.
    Sottile distinzione evidenziata, ad esempio, in Cristo: la Parola incarnata che, annullando/spogliando Se Stessa, dà la Vita per il mondo (perduto in/nel “sé”).
    Probabilmente come fu cadere dallo stato di Eden: accentrarsi sul sé, sopravvalutandolo, per rimanere invinghiati nell’uovo o involucro spermatico, invece di sacrificarsi morendo al sé apparente/liberando il vero Sé per rinascere, in una sorta di brodo prebiotico, alla Vita universa di fuori? 🌱
    La Regalità Originale, ai miei occhi assomiglia più ad una Elezione, data dall’Alto, che come una pretesa su attributo innato, autospettante, proprio dell’essere.

    garrulo1
    Partecipante
    Post totali: 177

    Verissimo, l’Amore è un dono, che in primis non può richiedere contropartita, altrimenti così non è.
    Impersonale, proprio per non avvitarsi su sé stessi e restarne poi prigionieri, perché l’appetito immanente dell’io è sempre in agguato e “pronto a colpire”. Viaggia a braccetto con la Carità, germe del Vero, perché in stato di Amore, si sente la carne dell’altro come fosse la propria. Tante altre cose vi sarebbero da dire, ma parlarne senza aver fatto le relative esperienze, credo esponga al rischio di una trattazione più sul piano culturale che in chiave Iniziatica. Inoltre, un pensiero sul post di apertura della discussione di m_rosa, porta all’Idea di Amore verso questa Regina Eterna, mi pare proprio di vedere emergere, dalle parole contenute in questo Volume “la Regalità”, che questa Dea Regale vada amata, per quanto possibile, con quell’Amore accennato sopra.
    Un caro saluto ed una buona serata.

    Catulla
    Post totali: 0

    Sono d’accordo con Kohan Peter quando dice che pensare alla regalità come a un attributo sessuale sia depauperante risoetto all’Idea stessa e, tuttavia, non mi pare di rinvenire tale rimando nell’interessante riassunto di m_rosa. Il fatto che si parli di “andare a letto” in effetti mi pare più una allusione alchemica che una dissertazione su uova o involucri (!?) spermatici. Infatti leggo ierosgamos come matrimonio sacro, e non certo perché legato a questa o quella religione, cristiana o non.
    Nella disamina del mito spesso si è tentati di ricondursi ai riferimenti noti, vuoi di bassa vuoi di alta lega, ma sovente i miti mediterranei appaiono invece legati a una Tradizione di rigenerazione che dall’agricoltura si è spostata all’uomo (maschio e femmina) e alla ricerca della parte migliorabile di sé.
    Almeno così mi pare…

    GELSOMINO
    Partecipante
    Post totali: 78

    Grazie m_rosa per averci messo a disposizione il frutto del tuo lavoro con questa sintesi davvero molto interessante. Questo studioso è stato il primo a considerare questo aspetto o forse a vederlo da questa angolazione ? Credo che qui si pali di Dee e di Dii, non di uomini e donne , quindi i miti che Donà prende in considerazione dovrebbero far riferimento al Principio divino nel suo aspetto femminile o maschile.La domanda che mi è venuta è perché la regalità è trasmessa al maschile ?

    m_rosa
    Moderatore
    Post totali: 119

    Quello che ho capito è che l’autore cerca di dimostrare la tesi che è esistito (e noi possiamo dire esiste) qualcosa di segreto collegato al concetto di Regalità, che è stato trasmesso solo da alcune speciali Dee delle quali cerca di evidenziare i caratteri.
    Noi possiamo portare alle estreme conseguenze il suo pensiero affermando che la Dea è sempre stata la stessa, che ha rivestito nel corso del tempo diversi nomi e abiti, che è Colei grazie alla quale ognuno di noi, attraverso un particolare cammino, fatto essenzialmente d’Amore, può arrivare a incarnarne le prerogative. Dunque, caro gelsomino, non si tratta, a mio modesto parere, di trasmissione al maschile o al femminile, ma, di quel Principio Unico che “presiede alle forme dell’Universo” e di cui altro non so dire.

    garrulo1
    Partecipante
    Post totali: 177

    Nella parte finale del Quarto Dialogo, il Maestro Kremmerz ricorda ai lettori che fu il Caos a precedere qualsiasi nozione di tempo o intenzione di forma. Dopo nacquero le cose, in primis quelle immote, dalle pietre a salire nella scala evolutiva. Prosegue ancora il Maestro, a proposito del sapere nell’essere umano, definendolo come scienza della propria coscienza, l’unica scienza che possa permettere all’uomo di avvicinarsi e comprendere progressivamente le forze della natura che la Terra intelligentemente detiene e sprigiona secondo leggi ben definite, proseguendo con l’augurio di intuirle queste forze per “viverne di Amore”, e comprendere l’anima, cioè l’essenza pensante della Madre Terra, è intendere l’anima delle cose. Il cammino, di cui parla nel post m_rosa “fatto essenzialmente d’Amore”, credo passi anche attraverso la comprensione di queste forze, omologhe penso, a quelle che presiedono alla Vita dell’intero Universo, alle quali si anela nei continui sforzi per avvicinarsi di qualche millimetro al Principio Unico, di cui immagino che il maschile ed il femminile, costituiscano due facce sostanziali della stessa Entità Universa.
    Un caro saluto ed una buona notte a tutti.

    Sal
    Partecipante
    Post totali: 1

    http://online.scuola.zanichelli.it/lettereinmovimento-files/Vol_1/brani/vol1calvino.pdf
    A questo link corrisponde una delle Fiabe Italiane più note e simboliche raccolte da Italo Calvino a Montale Pistoiese. Trovo particolarmente interessante la fiaba in relazione alla zona, fra le più ricche e significative dell’Italia vetusta.
    Buona Epifania a tutti i naviganti!

    garrulo1
    Partecipante
    Post totali: 177

    La Fiaba di Calvino a cui ci rimanda il link, tra l’altro molto bella e stimolante nella progressione della lettura, mi pare ripercorra la massima religiosa del Figliol Prodigo, a cui, figliolo o figliola che sia, il genitore, per amore, perdona sempre l’errore. Scientemente parlando, prendere coscienza dei propri errori per tornarci sopra e Karmicamente espiando, oppure Ermeticamente modificando una cattiva abitudine o meglio, sciogliendo un nodo ormai strutturato, orientano la persona, dopo i giusti sforzi, verso il lieto fine della Favola, che porta l’attenzione alla possibilità ed all’importanza di riparare attivamente ai propri errori. Atteggiamento di fondo in ogni caso: disponibilità al cambiamento e non difesa egocentrica, peggio ancora se quest’ultima, velata con astuzia all’occorrenza.
    Un caro saluto ed una Buona Festa a tutti.

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