LA PANDEMIA DA CORONAVIRUS TRA DATI OGGETTIVI E OPINIONI SOGGETTIVE

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  • ippogrifo11
    Partecipante
    Post totali: 159

    Come non condividere i pensieri espressi da Buteo e Mandragola11? In particolare, come non provare, insieme con loro, la stessa vena di amarezza che ne tinteggia le riflessioni, ma anche lo spiraglio di speranza che ci lascia intravedere Mandragola11 in conclusione del suo post? Per parte mia devo aggiungere che via via che ci si svincola dalle pastoie convenzionali, sovrastrutturate e sovrastrutturanti, che imbrigliano alla corrente comune, si fa sempre più stridente il contrasto tra la consapevolezza di allontanarsi in qualche modo dal resto dell’umanità e quella di farne parte come cellula non separabile da essa. Eppure la contraddizione, forse solo apparente, va superata e può essere superata: ce lo dimostra l’esempio dei Maestri, la cui Opera si è sempre riversata beneficamente sulla famiglia umana. E ce lo conferma il fine dell’azione della Schola cui abbiamo il privilegio di appartenere: pro salute populi.
    A noi, che per fato o per altro, è dato di poggiare i piedi in prossimità delle orme lasciate nel solco da Essi tracciato, tocca il compito di provarci con tutte le nostre forze e col massimo dell’impegno possibile, grati alla Miriam e a Chi oggi ne incarna e ne rappresenta l’I-Dea di Bene, di Luce e Salute.
    Un caro saluto.

    mandragola11
    Partecipante
    Post totali: 475

    Grazie, Ippogrifo.

    g_b
    Partecipante
    Post totali: 88

    Pro salute popoli, anche quando a volte è necessario suggerire a se stessi di guardare con attenzione a quanto il periodo o ciclo di vita in cui si è immersi, con gradevoli confort e stati di benessere, sia in realtà un preludio all’uniformarsi col mondo globalizzato e le sue insensatezze, e richiamarsi ad una smossa, a non crogiuolarsi. Questo vale ancor di piú nel rapporto coi bambini e soprattutto con le neo mamme. Non deve illudere l’apparenza, che giustamente i genitori spesso curano con attenzione,di presentarsi al mondo sempre disposti a seguire spese e aggiornamenti tecnologici,dietro c’è spesso un sacrificio enorme per accumulare le economie necessarie a tutto. E si, confermo che le madri sono costrette a lasciare del prezioso tempo per l’educazione dei figli, ritengo necessario l’avanzare di nuovi modelli per l’evoluzione della relazione donna/madre-diritto al lavoro, donna/madre- figli piccoli. E qui enorme è il danno del modello culturale proposto dalle religioni. La Miriam nell’opera dei suoi Maestri mi ha subito colpito sin dalle prime letture in passato, per la concretezza e le istruzioni per trasformare un’I-dea in azione concreta. Tanto possiamo fare in questa direzione, senza guardare al tempo che ci vorrà. Un buon pomeriggio a tutte e tutti.

    m_rosa
    Partecipante
    Post totali: 417

    I mutamenti in ambito sociale sono sotto gli occhi di tutti, la crisi di valori con il disorientamento che produce (ulteriormente evidenziata dalla recente pandemia con la conseguente crisi economica che ancora non si manifesta in tutta la sua violenza) sono il frutto dell’evoluzione, nel bene e nel male, della nostra società.
    Non sono una fautrice di un ritorno al passato impossibile da realizzare e neppure penso che la famiglia nucleare di oggi sia la causa di tutti i mali.
    Non mi sento di criticare le madri che lavorano, per scelta o per bisogno, ma solo le madri e i padri che non Amano (e purtroppo la cronaca, anche recente, è piena di esempi)
    Credo, però, nella possibilità, per ogni essere umano, di riflettere sulla propria situazione e di crearsi uno spazio in cui muoversi (mi riferisco un po’ al nostro concetto di Spazio Sacro) costituito da un insieme di relazioni (con la Natura in primis) il più Sano possibile e comunque facendo sempre il meglio che si riesce. Ecco, per me la Miriam e anche questo: cambiamento

    Buteo
    Partecipante
    Post totali: 209

    A fine aprile il virus ha iniziato a recedere e i malati di coronavirus a guarire, ovvero abbiamo assistito al progressivo svuotamento dei reparti Covid e delle Terapie Intensive. Ci siamo attivati. Il popolo italiano si è mostrato responsabile, adattandosi alle disposizioni imposte dal lockdown, e i risultati sono evidenti.
    Che il virus abbia receduto è certo. Che ne è quindi di lui? Dai media ci giungono informazioni ammansite e confondenti. Il virus è mutato? Sì, come ovvio per un virus a RNA a diffusione pandemica, che si diffonde e contagia perché si replica vorticosamente e si replica vorticosamente perché si diffonde e trova terreno fertile (gli umani) da contagiare. Nessun dato indica una sua diminuita potenzialità offensiva. Perché allora non vediamo oggi la malattia come l’abbiamo conosciuta nei mesi di marzo e aprile? Ne ha dato una chiara spiegazione il prof. Andrea Crisanti in un’intervista a una rivista medica del 24 giugno, di cui riporto uno stralcio “Dallo studio di Vò Euganeo abbiamo capito che più il virus si replica, più la carica virale aumenta: Tizio s’infetta con una carica virale bassa, però, se Tizio sta in mezzo a un nucleo di persone, ne infetta altre che, a loro volta, sin dal quarto giorno reinfettano nuovamente Tizio il quale nel frattempo non ha avuto modo di produrre gli anticorpi. Ne consegue che Tizio, caricato di una carica virale sempre maggiore, incomincia a infettare altri.” E’ quanto succede quando non si attuano misure protettive (distanziamento e dispositivi di protezione individuale), che necessariamente devono coinvolgere tutta la popolazione, ragazzi e bambini compresi. Infatti, prosegue Crisanti “Non è vero che s’infettano prevalentemente gli anziani: è esattamente il contrario. S’infettano primariamente i giovani che trasmettono la malattia quando entrano in contatto con le persone più vulnerabili.” Significa che i giovani (e i bambini?) s’infettano e verosimilmente non si ammalano (sappiamo che l’80% degli infetti è asintomatico o pauci-sintomatico) ma trasmettono l’infezione. E ad ammalarsi sarà, com’è accaduto, la fascia più fragile della popolazione, quindi anziani e soggetti con malattie preesistenti. Ma non dimentichiamoci che la malattia si è manifestata in forma anche grave in giovani adulti, in ragazzi e bambini, che sicuramente sono stati protetti dalla tempestiva chiusura di scuole, asili e luoghi di aggregazione.
    I nostri Maestri da sempre ci trasmettono come ogni risultato debba essere ‘fissato’, che nulla è per sempre. Sappiamo come anche per noi siano possibili passi indietro e come ogni traguardo richieda impegno per essere mantenuto e, possibilmente superato. Ci invitano a essere costantemente attivi e prudenti, a non abbassare la guardia.

    tanaquilla9
    Partecipante
    Post totali: 630

    Grazie di averlo ricordato, Buteo.
    Mettiamocela tutta e quanto meno proseguiamo ad essere prudenti per non tornare indietro.
    Anche in seguito alle nuove notizie sul covid che rimarrebbe nell’aria più di quanto si fosse pensato fin ora.
    Hai notizie al riguardo, cara Buteo?

    kridom
    Partecipante
    Post totali: 157

    Riporto un’intervista del Corriere della Sera ai direttori delle riviste mediche The Lancet e New England Journal of Medicine.

    Possiamo ancora fidarci della selezione delle ricerche nonostante il caso degli studi ritirati sull’idrossiclorochina e sugli antipertensivi in relazione a Covid-19
    di Danilo di Diodoro

    Nei pochi mesi trascorsi dall’inizio della pandemia di Covid-19 causata dal virus Sars-Cov-2, la ricerca medica su questa condizione ha iniziato a correre, nell’urgenza di raggiungere nuove conoscenze e fornire indicazioni ai clinici su come intervenire in una patologia finora completamente sconosciuta. Inevitabilmente, le riviste mediche, anche le più prestigiose, hanno dovuto abbreviare i tempi di pubblicazione degli studi che sono stati loro proposti, spesso saltando del tutto la peer-review, il fondamentale processo di verifica degli studi che è la norma per le riviste importanti, e che garantisce, per quanto possibile, la qualità di quanto viene pubblicato. Un fenomeno che ha investito anche le riviste più prestigiose, come The Lancet e New England Journal of Medicine, che si sono viste costrette a ritirare due studi pubblicati da poco, rispettivamente sull’idrossiclorochina e sull’effetto di alcuni antipertensivi sull’andamento del Covid-19, in quanto basati su dati inattendibili, che un’adeguata peer-review avrebbe certamente scoperto, bloccandone la pubblicazione. Ma al di là di questo incidente, che dimostra ancor di più quanto sia importante il processo di selezione e verifica che le grandi riviste mediche fanno di routine, The Lancet e New England Journal of Medicine (Nejm) sono tra le riviste mediche più importanti al mondo. Pubblicano ricerche, articoli di revisione ed editoriali importantissimi per la comunità medica internazionale. Corriere Saluteha intervistato i suoi due direttori, Richard Horton ed Eric Rubin sulle criticità che devono affrontare oggi le pubblicazioni scientifiche, su alcuni problemi della ricerca medica e sulle modalità di funzionamento delle riviste.

    Partiamo da una domanda generale: nel corso della loro lunga vita quali articoli pubblicati dalle vostre riviste hanno davvero cambiato la pratica clinica?
    Richard Horton: «È molto improbabile che una singola ricerca modifichi la pratica clinica. Infatti la Medicina è una disciplina molto conservatrice, e a ragione. Ritengo piuttosto che possano averlo fatto alcuni capitoli dalle sezioni che nella nostra rivista chiamiamo Series – articoli su importanti temi, come “autismo” o “diabete”pubblicati in uno stesso numero e accompagnati da editoriali – e Commissions – documenti redatti da gruppi di esperti su grandi temi, come “il futuro della psichiatria” o “integrazione tra oncologia e cure palliative” – . Indico tre differenti aree. Innanzitutto quella riguardante i trattamenti indirizzati a donne e bambini che vivono in aree del mondo con un basso livello di reddito. Aggregare informazioni e prove esistenti su quali interventi funzionano su questo genere di situazioni vuol dire dare un nuovo slancio al movimento che si sta impegnando nel migliorare le condizioni di salute di queste persone. In secondo luogo l’area del rapporto tra clima e salute. Le nostre due Commissions su salute e cambiamento del clima danno un contributo a fare della salute uno strumento fondamentale per un’azione di salvaguardia del clima. Infine, la nostra Series sulle malattie non comunicabili mostra che i disturbi cardiaci, il cancro e il diabete rappresentano importanti priorità di salute, al momento non sufficientemente riconosciute».
    Eric Rubin: «Il New England Journal of Medicine ha ormai più di 200 anni, un periodo lungo, nel quale si è sviluppata la moderna Medicina, e ha pubblicato moltissimi avanzamenti nella pratica medica corrente, come, per esempio, il primo resoconto dell’impiego dell’anestesia per un intervento chirurgico, oppure la prima segnalazione di un’isterectomia, di un intervento chirurgico a cuore aperto, di un trapianto di rene riuscito. Ha anche introdotto molti trattamenti contro il cancro e la leucemia dei bambini, l’impiego del trapianto di midollo osseo e ha pubblicato il primo grande studio clinico realizzato con i nuovi farmaci contro mutazioni che provocano il cancro, e trial sull’immunoterapia dei tumori. Anche l’attuale standard per il trattamento di molte malattie croniche è apparso per la prima volta nelle nostre pagine, comprese la terapia con anticorpi per le malattie autoimmuni e il trattamento e la prevenzione delle complicanze del diabete, così come le misure per ridurre il rischio di malattie cardiovascolari e il trattamento dell’ictus. E per quanto attiene alla mia area di competenza, le malattie infettive,la rivista ha pubblicato i primi resoconti di moderne epidemie, Hiv, Zika, Ebola, e le relative sperimentazioni di farmaci e vaccini».

    Qual è la sua fiducia nei confronti della peer-review nel riuscire a selezionare articoli di qualità? Ci sarebbero alternative?
    Richard Horton:«Ritengo che al momento la peer-review rappresenti ancora il sistema migliore per poter sottoporre a una revisione critica nuovi risultati provenienti dalla ricerca, prima che siano pubblicati. Certo non si tratta di un processo perfetto. Ad esempio, non sempre riesce a individuare eventuali frodi nella ricerca. Ma purtroppo non è stato individuato nessun sistema che possa davvero migliorare il processo della peer-review».

    Il conflitto di interesse è un serio problema nell’editoria biomedica contemporanea. Come provate a controllarlo?
    Eric Rubin: «Diversi conflitti di interesse influenzano la modalità in cui le ricerche sono comunicate. Quelli finanziari si verificano quando gli autori di un articolo potrebbero trarre un beneficio dalla pubblicazione dei loro risultati. Il caso più ovvio: l’industria farmaceutica sponsorizza ricerche che suggeriscono l’efficacia di un trattamento. Per questo chiediamo agli autori, per trasparenza, di segnalare tutte le fonti di guadagno o il possesso di azioni rilevanti per quella ricerca. Inoltre, per revisioni di letteratura ed editoriali – che aiutano a interpretare le ricerche e generano raccomandazioni di trattamento – abbiamo posto dei limiti all’ammontare del supporto finanziario ricevuto dagli autori. Un modello definito con altre importanti riviste biomediche, ma continuiamo a cercare modalità che colgano in maniera efficace i conflitti di interesse, sempre che gli autori li riferiscano in modo veritiero».

    Quanto sono cambiate negli ultimi anni sia la ricerca clinica sia il ruolo delle riviste medico-scientifiche?
    Richard Horton: «In un certo senso si può dire che ruolo delle riviste mediche sia cambiato davvero enormemente. Per quanto riguarda il nostro caso, cioè quello di The Lancet adesso noi cerchiamo di considerare il nostro compito come qualcosa che va oltre quello di una semplice rivista medica. Ci vediamo piuttosto come attivisti che operano a favore della scienza che pubblichiamo, e quindi non ci consideriamo dei meri disseminatori. Quello che vorremmo riuscire a fare è influenzare le scelte e le politiche della Medicina e della scienza. Si tratta quindi di un intento molto diverso».

    Come affrontare il preoccupante fenomeno della resistenza agli antibiotici?
    Eric Rubin: «È un classico esempio di evoluzione: facciamo nuovi farmaci e i microbi sviluppano mutazioni che generano resistenza. Abbiamo migliorato la scienza dello sviluppo di antibiotici, ma resta un processo lento. Ci vogliono anni per crearne di nuovi e testarne l’efficacia sui pazienti, e talvolta la resistenza si sviluppa già durante i test clinici. E sono processi costosi, anche più di un miliardo di dollari per un solo farmaco. Il fatto è che gli antibiotici efficaci vanno presi solo per brevi periodi, così che è difficile recuperare l’investimento fatto, quindi molte industrie hanno abbandonato il campo. Governi e fondazioni supportano lo sviluppo di nuovi antibiotici, e ci sono i primi passi avanti per tubercolosi e malaria. Anche la scienza di base, alle fondamenta dello sviluppo di antibiotici e vaccini, per la prevenzione di malattie resistenti ai farmaci, ha fatto passi avanti. Oggi abbiamo farmaci efficaci contro l’epatite C e nuovi vaccini contro Ebola. Necessiterà molto lavoro da parte di scienziati, medici e amministratori, ma l’approccio è di sicuro promettente».

    A proposito di resistenza gli antibiotici, si tratta di un problema che va portato all’attenzione di tutti: che tipo di impegno e di azioni si possono mettere in campo per promuovere la diffusione di una conoscenza medica affidabile tra i non addetti ai lavori?
    Richard Horton: «La nostra audience principale è quella dei professionisti della sanità e dei responsabili delle scelte politiche. Ovviamente, però, comprendiamo bene il fatto che il pubblico ha un forte interesse nei confronti di quanto viene pubblicato nelle nostre pagine. Quindi posso dire che teniamo sempre molto conto del possibile impatto di quanto pubblichiamo potrà avere a livello del pubblico dei non specialisti».

    9 luglio 2020

    mandragola11
    Partecipante
    Post totali: 475

    Mi chiedo cosa potrà succedere con la riapertura delle scuole. Di recente, per lavoro, mi sono trovata a vedere in ambito scolastico comportamenti non proprio in linea con le direttive nazionali che ricorda giustamente Buteo.

    wiwa70
    Partecipante
    Post totali: 282

    https://www.ilpost.it/2020/07/07/coronavirus-cosa-sappiamo-covid-19-nature/amp/
    Grazie Buteo per gli aggiornamenti che condividi periodicamente con tutti noi! Questo articolo della rivista scientifica Nature, mi sembra che riassuma quelli che sono tra i quesiti più dibattuti ancora nella comunità scientifica sul Covid 19 e che occupano ancora i pensieri e le preoccupazioni di tutti. Un caro saluto

    Buteo
    Partecipante
    Post totali: 209

    Cercherò di risponderti, Tanaquilla9. ‘Le nuove notizie sul Covid che rimarrebbe nell’aria più di quanto si fosse pensato fin ora’ emergono dalla divulgazione (un po’ travisata) di una lettera aperta indirizzata da 239 scienziati all’OMS, che vuole essere un invito, per non dire un sollecito, a ché l’ente modifichi ulteriormente quanto indicato nel documento del 5 giugno, e riconosca la necessità di utilizzo delle mascherine anche negli spazi chiusi, a prescindere dal distanziamento sociale.
    Nel precedente documento del 6 aprile, l’OMS sosteneva che non ci fossero prove sufficienti all’utilizzo della mascherina da parte delle persone sane, rimarcando che questo avrebbe anzi trasmesso un “falso senso di sicurezza”. In giugno l’organizzazione torna sui suoi passi e, rivolgendosi in particolare agli operatori sanitari, anche quando non trattino pazienti CoViD-19, alle persone di età superiore ai 60 anni o con patologie preesistenti, invita a indossare la mascherina in situazioni in cui il distanziamento sociale non possa essere mantenuto.
    Se è verosimile che la diffusione del SARS-CoV-2 per via aerea sia possibile nei luoghi in cui si effettuano procedure mediche che generano diffusione di particelle nell’aria, come nelle intubazioni, broncoscopie, manovre di rianimazione cardiopolmonare e interventi odontoiatrici, è anche vero che in questi mesi è stato dimostrato, ad esempio fra gli operatori in call-center e fra gli avventori in ristoranti, come il contagio sia favorito anche dalla direzione del flusso dell’aria proveniente dai sistemi di ricircolo della ventilazione. Da qui la necessità di revisione degli impianti in tutti i locali in cui stazionino o vivano comunità di persone (alberghi, ospedali, RSA, centri commerciali, scuole, uffici ecc.).
    È stato anche dimostrato che il parlare a voce alta favorisca il contagio, come il cantare (coristi infettati durante le prove in chiesa) e l’urlare (i tifosi alla partita dell’Atalanta – Valencia).
    Viceversa i coronavirus non diffondono nell’aria che respiriamo al pari di particelle di un profumo o un gas tossico, “non corrono per le strade” e “non s’infilano nelle buche delle lettere e nelle case”. Per infettare occorre una carica virale sufficiente, inspirate in vicinanza di persone infette, ancorché asintomatiche. La stagione estiva, favorendo la frequentazione degli spazi aperti, aiuta la dispersione dei virus e ne riduce la quantità con cui ciascuno di noi può venire in contatto. Potremmo muoverci all’aperto senza mascherina in luoghi in cui sappiamo di non avvicinarci ad altre persone. Ma, quando siamo rilassati e ci godiamo una passeggiata, può sopravvenire la piacevolezza dell’abitudine, dimenticandoci la prudenza (lo dico anche perché mi è occorso).
    Anche se un rappresentante dell’OMS ammette ora che non si possa escludere la trasmissione del coronavirus per via aerea negli ambienti affollati chiusi e scarsamente ventilati, al momento le indicazioni non sono state riviste. Da tutto ciò, mi chiedo anch’io, come Mandragola11, cosa sarà alla riapertura di scuole e asili, oltre al fatto che, a differenza dei popoli orientali, non siamo inclini a ‘contenere’ i nostri bambini. E, se i centri estivi, che bambini e ragazzi hanno già iniziato a frequentare, prevedendo attività all’aperto, consentono una ‘diluizione’ del rischio, la didattica si svolgerà in aule chiuse, dove il distanziamento sarà difficile. Posso augurarmi che siano almeno gli insegnanti a provvedere a un frequente ricambio d’aria, aprendo le finestre.

    Buteo
    Partecipante
    Post totali: 209

    Interessante l’intervista che riporti, Kridom. Sicuramente ti ha stimolato pensieri, riflessioni e mi farebbe piacere se ci rendessi partecipi. Potremmo fare insieme alcune considerazioni.

    kridom
    Partecipante
    Post totali: 157

    Cara Buteo, così mi inviti a nozze :-).
    Ci sono due considerazioni che mi sono venute immediate durante la lettura di questo articolo, la prima è emimentemente epistemologica, queste due riviste dovrebbero rappresentare la best practice (cioè il miglior livello a cui tutte le altre dovrebbero tendere) ma hanno abbassato il livello di rigore nella peer review durante l’emergenza Covid. Non mi sembra una garanzia di sicurezza, anzi direi che proprio loro non dovrebbero farsi prendere dal “panico” o dall’ansia di pubblicare subito qualcosa sul Covid, altrimenti il livello da scientifico diventa simile a gossip o a logiche commerciali da “instant book”.
    La seconda amara considerazione riguarda lo stato della ricerca e i conflitti d’interesse. Purtroppo gli Stati tagliano le spese per gli investimenti sul futuro (ricerca, scuole e infrastrutture) per dare benefici di vario genere che possano aiutare i governi ad ottenere consenso nel breve periodo. Tralasciando considerazioni ulteriori su come siamo bravi a farci male da soli, alla fine ne consegue che lasciamo che siano prevalentemente i privati a finanziare la ricerca. Inoltre, non tutti gli scienziati e ricercatori sono sempre trasparenti nel dichiarare eventuali conflitti d’interesse per i finanziamenti ricevuti dalle case farmaceutiche e, quindi, è difficile avere una ricerca davvero totalmente libera.
    Ciò non significa che si debba buttare il bambino con l’acqua sporca, cioè non vuol dire che le aziende farmaceutiche ci fanno assumere farmaci dannosi e inefficaci per arricchirsi, però ci sarebbero dei miglioramenti che si potrebbero ottenere se la politica incrementasse i fondi per la ricerca scientifica evitando di pensare al piccolo dividendo elettorale per la prossima elezione.
    E voi che ne pensate?

    Buteo
    Partecipante
    Post totali: 209

    Condivido le tue osservazioni Kridom. Le riviste di alto livello hanno il dovere della prudenza, per l’importante ricaduta che hanno sulla pratica clinica. C’è comunque da riconoscere loro rigore metodologico, anche se è possibile che incappino nell’errore. A tal proposito, voglio ricordare il danno derivato al mondo pediatrico dalla pubblicazione, su Lancet nel febbraio 1998, dello studio fraudolento sulla falsa correlazione fra vaccino anti-morbillo e autismo, per il quale rinvio al link https://sip.it/2017/09/01/autismo-dove-nasce-la-teoria-del-complotto/, che invito a leggere, proprio perché vi è esplicitato l’intento doloso degli autori e fornisce risposte ai dubbi segnalati da Kridom.
    In ogni caso, gli articoli pubblicati sulle riviste scientifiche s’indirizzano a un pubblico esperto e chi produce ricerca, in linea di massima, ha buone antenne per screen-are i lavori meno attendibili. Chi come me invece lavora sul campo, aspetta in genere che le novità siano scivolate nella pratica clinica. Anche se, in realtà, è sempre possibile cercar di ricorrere, cum grano salis, a un po’ di buon senso italico. Ricordo “le risate” (un po’ amare) che mi feci quando, anni fa, da parte di diverse associazioni ci fu la levata di scudi contro il mercurio presente nei vaccini, guarda caso proprio quando le industrie avevano i magazzini ben riforniti di quei vaccini mercurio-free, pronti per essere immessi sul mercato. Molto più costosi degli innocui vaccini fino allora utilizzati, anche se è giusto riconoscerne la buona qualità.
    E poi è possibile prestare orecchio ad alcuni segnali “d’allarme”, tipicamente quando le notizie acquistino precoce ridondanza sulla stampa comune e su internet, prima ancora che sulle riviste scientifiche, e spesso con carattere di sensazionalità.
    Per quanto riguarda i costi, i rigidi protocolli che prevedono il superamento di tutte le fasi di sperimentazione, di cui abbiamo già parlato, inducono le industrie a investire in ricerca quando ci sia ‘certezza’ di successo del farmaco, che, per essere remunerativo, dovrà inoltre essere fruito da una larga fascia della popolazione, quindi indirizzato verso le patologie più comuni. È questo uno dei motivi per i quali da anni è ferma la ricerca su nuovi antibiotici, il che genera preoccupazione per la resistenza batterica che si va riscontrando.

    guglielmo tell
    Partecipante
    Post totali: 180

    per chi volesse avere anche l’altra versione della vicenda Lancet /autismo, puo’ seguire il documentario di Mazzucco in materia:

    kridom
    Partecipante
    Post totali: 157

    Caro Guglielmo Tell, che cosa pensi in merito alla questione?

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