I Luoghi del Sacro, della Magia e della Tradizione ermetica

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  • catulla2008
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    Immediatamente il post di Guglielmo Tell mi ha richiamato il racconto letto mentre eravamo tutti insieme a Solleone e scritto da Matilde Serao su Partenope.
    (cito) “…la capanna del pastore sorge accanto quella del pescatore; la rozza e primitiva arte dell’agricoltura, le industrie manuali appena sul nascere compiono fervidamente la loro opera. Prima sorge sull’altura, il villaggio a grado a grado guadagna la pianura; un’altra colonia se ne va sopra un’altra collina ed il secondo villaggio si unisce col primo; le vie si tracciano, la fabbrica delle mura, cui tutti concorrono, rinserra poco a poco nel suo cerchio una città. Tutto questo ha fatto Parthenope. Lei volle la città.”
    Trovo dunque bellissima e intrigante l’idea che alla fondazione di una città presieda una ninfa “la vergine, la donna… immortale” che “splendida, giovane e bella, (vive) da cinquemila anni”.
    I miti di fondazione solitamente sono associati agli uomini e privilegiano l’aspetto pratico, manuale…: un po’ l’equivalente dei denti di cui fare buon uso. Dunque fa piacere che di là dalle tradizioni orali note si tramandi anche quella meno consueta della presenza di un eterno femminino, ispiratore di ogni nucleo coagulato intorno a un centro e che questo avvenga a Napoli come a Praga.
    Qualcuno ha notizia di altri miti simili?

    m_rosa
    Moderatore
    Post totali: 119

    La danza del Satiro mi riporta alla memoria un’esperienza che abbiamo fatto in occasione del convegno “Cento anni di Pragmatica Fondamentale” tenutosi a Vico Equense (Napoli) nel 2010 per celebrare il centenario dello Statuto della S.P.H.C.I. quando abbiamo assistito alll’esibizione di un ballerino che ci ha dato un assaggio di danze dervisce attraverso le quali, con la rotazione sul proprio asse corporeo, si arriva a perdere la propria individualità e, superando i propri confini, a uniformarsi ai ritmi dell’Universo. Mi rendo conto come, con e nella Miriam, siamo tutti cresciuti.

    mercuriale2011
    Partecipante
    Post totali: 44

    Il mese scorso mi è capitato di andare a fare una passeggiata a Nerano in Costiera Sorrentina, era una giornata meravigliosa, il sole splendente e l’assenza di turisti facevano apprezzare a pieno la bellezza del paesaggio!
    Dalla spiaggia si intravedeva il promontorio di Punta della Campanella e la Baia di Ieranto, luogo estremamente suggestivo legato alla Tradizione.
    Qui si riverbera fortemente la presenza del culto delle Sirene, sia nella toponomastica sia nella morfologia del territorio, dove il Monte visto dall’alto assume la forma di un Uccello rapace, echeggiando così le arcaiche Sirene. Nel 1985 il rinvenimento di un’epigrafe osca ha confermato la presenza e, al tempo stesso ha consentito la localizzazione nella baia di Ieranto dell’antico Athenaion citato dalle fonti.
    Di questo argomento se né parlato nel Quaderno del timbro dell’Accademia Sebezia, cito: “….Infatti la localizzazione dell’arcaico culto delle sirene sul promontorio detto Seirenoussai, coincideva con uno snodo significativo delle rotte presso l’ingresso del Golfo di Napoli….
    ….Plinio precisa che Minerva occupò un luogo precedentemente detenuto dalle Sirene, il Promontorio di Punta della Campanella, di fronte alle bocche di Capri, un passaggio marittimo della massima importanza……L’importanza strategica di tale posizione è confermata dallo sviluppo sulla Punta, a metà del VI sec. a.C., del culto e tempio di Athena. ….“la conseguenza fu che il promontorio mutò il nome da Seirenoussai in”Athenaion”
    E’ un posto meraviglioso in cui avverto un forte senso di appartenenza….sarebbe bellissimo condividerlo con i Fratelli ……

    garrulo1
    Partecipante
    Post totali: 177

    Ricollegandomi al mio Post del 27 gennaio u.s., voglio raccontare un precedente episodio rispetto a quella particolarissima camminata (con annessa visione) nel fitto dei boschi della Collina Torinese.
    All’inizio degli anni novanta, diciamo così, l’anima dall’interno reclamava quotidianamente per la giusta considerazione dei suoi “diritti”, pertanto, di buon grado accettai l’idea, maturata con pochi amici, di provare un percorso di conoscenza Sciamanica, teorica e per quanto possibile pratica. Dopo alcuni incontri durante i quali era stata curata la teoria, si procedette prima con passeggiate in aree boschive per vedere cosa succedeva, se succedeva. Non ricordo nulla di particolarmente rilevante, fino al momento in cui, il conduttore dell’esperienza palesò l’esigenza, al fine di tentare l’incontro con l’animale guardiano, di 3 giorni di digiuno e relativa castità, durante i quali era possibile solamente assumere acqua e succhi di frutta o verdura. Mi preme però raccontare anche gli aspetti simpatici, forse un po’ buffi, di questa esperienza che per certi versi mi coglieva abbastanza di sorpresa. Allora, a Torino, vi erano pochissimi negozi di alimenti biologici, uno ricordo che era in centro, mi affrettai (da buon fobico come struttura di fondo), in previsione della tre giorni, ad acquistare succhi di verdura biologici, non sapevo bene che gusti avessero, comprai una mezza dozzina di succhi di patata (tutti quelli che il gestore aveva), per lo stomaco veramente deplorevoli, e l’aspetto comico fu, che uno degli amici che aveva avuto la stessa idea, mi telefonò la sera ridendo sul fatto che, all’atto del suo acquisto delle varie provviste biologiche, il titolare, senza ovviamente sapere della finalità della faccenda e della nostra conoscenza, gli confessò che nel pomeriggio era passato un ragazzo che aveva acquistato parecchi succhi biologici e tutti i succhi di patate. Poi, arrivò il d-day in cui iniziava la preparazione, ed al terzo giorno si tentò l’approccio con l’animale guardiano, che effettivamente si manifestò, non ricordo se per tutti i presenti, ma nel caso mio si fece riconoscere, o almeno credo, e tra l’altro, nel tempo ho avuto occasione di constatare che, senza fare più assolutamente nulla in tale direzione, ho avuto la chiara impressione dell’aggiunta di altri animali in periodi diversi. Ma proseguendo nel racconto, arriva un altro aspetto un po’ o forse parecchio comico, perché, siamo al 3° giorno di digiuno, dopo l’esperienza condivisa ma personale dell’incontro con l’animale, ci congedammo più o meno verso le 11,00 del mattino, e, in un gruppetto di 3, ci avviammo verso una trattoria che uno di noi conosceva, ai piedi della Collina. Non sapendo niente sui digiuni, e su come eventualmente è bene riprendere il cibo con gradualità, all’ingresso notai subito un angolo dedicato agli antipasti a buffet, inutile dire su come mi fiondai in tempo zero, per poi passare a primo, secondo e dolci compresi. La cosa buffa, accadde dopo, in quanto una volta congedatici, nel pomeriggio ognuno tornò alle proprie attività lavorative, ma dopo circa un’ora, iniziarono per me dei dolori all’epigastrio tremendi, da non riuscire neanche a stare in piedi o a parlare, ed ai colleghi che si preoccupavano di chissà quale complicazione gastrica o peggio ancora cardiaca, dicevo di stare tranquilli che secondo me non era niente, non svelando ovviamente la causa di tale leggerezza nella gestione di una cosa da prendere con un minimo in più di consapevolezza, visto che, anche di età, avevo volato i trenta. Quello che ricordo benissimo a più di 25 anni dal fatto, è il pensiero in quel terribile momento, di solidarietà nei confronti delle doglie femminili, cosa che prima non avevo mai preso in esame. Rifiutai per tutto il pomeriggio la proposta dei colleghi di lavoro di chiamare un’ambulanza, e finalmente, ricordo intorno alle 18,00, il dolore cominciò gradualmente a passare. Quando raccontai la cosa via filo agli altri commensali, che si erano contenuti decisamente più di me, inutile che dica quante sincere risate, che avevano poi coinvolto anche me (ovviamente a cose fatte), sull’epilogo di tutta la faccenda.
    Un caro saluto ed una buona serata a tutti.

    tanaquilla9
    Moderatore
    Post totali: 269

    Caro Garrulo, simpatica e anche divertente la storia che hai appena raccontato. E’ un bene quando sviluppiamo senso critico e riusciamo a sorridere di noi stessi.

    garrulo1
    Partecipante
    Post totali: 177

    Dico ancora una cosa (da buon garrulo), sul prosieguo dell’esperienza di cui ho scritto ieri sera. Ripeto, senza saperne più di tanto a quel tempo sui digiuni, decisi da lì a poco che sarebbe stata buona cosa, per un po’ di tempo, se possibile una volta a settimana, una giornata di digiuno. Sola possibilità di acqua a volontà oppure succhi di frutta e verdura al naturale, e, con il tempo, mi piacque anche il succo di patata, antinfiammatorio e disintossicante per sua natura, e con poco zucchero di canna divenne perfettamente abbordabile. Mi venne consigliata questa operazione nella giornata del martedì, in quanto, secondo il conduttore dell’esperienza (e anche secondo me), in quel momento della mia vita, ero carente nell’aspetto marziale. Vista quindi la mia potente motivazione a fare questa carrellata di digiuni, caddero tutti di martedì. Non ricordo per quanto tempo la cosa andò avanti, ma anche qui, il rovescio della medaglia, un po’ buffo ed un po’ no, fu che, con forse troppe privazioni ravvicinate nel tempo, iniziai ad apprezzare più che mai il cibo, mi resi ahimè conto che, fino a poco tempo prima ero anche un pochino schizzinoso, dopo, diciamo che tutte le pretese in campo alimentare si erano dissolte (formaggi a parte), ma bisognava cominciare di buona lena ad attenzionare sistematicamente la bilancia per non litigarci di brutto. Ora, per fortuna, sapendone qualcosina in più sulle ragioni rituali e anche solamente salutari sui digiuni, guidati ovviamente con scienza e coscienza, mi sento decisamente al riparo da eccessi che agiscono sì sulla volontà, ma possono, di contro, creare complicazioni difficili poi da gestire.
    Una buona serata a tutti.

    catulla2008
    Partecipante
    Post totali: 111

    Riallacciandomi all’ultimo post di Garrulo e alla sua – diciamo – ‘sperimentazione’, mi vien fatto di manifestare alcune osservazioni.
    Forse si dovrebbe abituarsi un po’ di più a considerare questa nostra carne aggregata in organismo come concretizzazione dell’idea-uomo (a prescindere dal genere) discesa dalla Natura Madre. Luogo sacro in quanto manifestante il progetto-umanità e, contemporaneamente, l’unicità di un essere: nato e poi cresciuto; essere parlante, pensante, agente liberamente eppure secondo il progetto della specie.
    Forse il primo luogo del sacro siamo noi?

    • Questa risposta è stata modificata 10 mesi, 3 settimane fa da  catulla2008.
    Fleurdelys
    Partecipante
    Post totali: 19

    Viaggio volentieri nel tempo libero e spesso ho trovato nei luoghi visitati legami o connessioni con la Tradizione, vuoi per scelta deliberata del sito da visitare, vuoi per pura casualità – ma esiste il caso? -. Qualche anno fa ho avuto modo di visitare per due volte nello stesso anno l’isola greca di Kos nel mar Egeo, prima dell’ultimo sisma del 2017. Kos è una piccola isola, famosa fin dall’antichità perché ha dato i natali nel 460 a.C. Ippocrate, il medico più innovatore dell’antichità. Egli, infatti, sottrasse la salute dell’uomo al capriccio di agenti esterni, divini o no, e la ricondusse all’influsso della Forza vitale che è in grado di riequilibrare le disarmonie che causano la malattia, la Νόσων φύσεις ἰητροί, ovvero la Vis medicatrix naturae dei latini. Oltre ad aver stigmatizzato l’approccio al malato con l’introduzione dei tempi medici dell’anamnesi, della visita, della diagnosi e della prognosi, che precedevano la terapia, riunite nella compilazione di una vera e propria cartella clinica, fu il primo teorico dell’osservazione sistematica delle cause che generano lo squilibrio che esita in malattia, che ricercava nell’alimentazione, nell’ambiente in senso lato, società inclusa e nella psiche. Come tutti i medici del passato viaggiò moltissimo e non mancò la consueta permanenza in Egitto, dove la scienza medica era praticata ad altissimi livelli, per l’epoca, ed era connessa ad una Tradizione sapienziale e sacra, custodita dai sacerdoti nei templi. Ippocrate scrisse una settantina di opere, raccolte nel Corpus Hippocraticum, nei cui Prolegomeni affermava che « Le cose sacre non devono essere insegnate che alle persone pure; è un sacrilegio comunicarle ai profani prima di averli iniziati ai misteri della scienza. »
    La medicina quindi era appannaggio dei sacerdoti e degli iniziati. La visita all’Asclepieo di Kos era una tappa obbligata per me. L’ Asclepieo prende il nome dal mitico Asclepio, latinizzato poi in Esculapio, figlio di Apollo, protettore della medicina, era venerato a Kos quale fondatore di una progenie, quella degli Asclepiadi, dedita alla cura degli ammalati, che avveniva appunto in luoghi ad essa preposti. Dai due figli maschi di Asclepio, Macaone e Podalirio, origina una discendenza di esercitanti la professione medica e Ippocrate pare fosse l’erede del secondo. Gli altri figli mitici di Asclepio erano collegati al processo di guarigione: Telesforo, dio della convalescenza, Igea, della della salute, Panacea, dea della guarigione universale ottenuta con l’uso delle piante,
    Iaso, dea della guarigione, Acheso, dea che sovrintendeva alla guarigione, Egle, madre delle Grazie e Meditrina, la guaritrice. Le funzioni così circoscritte di questi personaggi fanno pensare ai nether egizi e agli dei-atto latini.
    L’asclepieo di Kos è uno dei più famosi, ma non l’unico: basti pensare che se ne contavano 300 e tutti sorgevano dove veniva esercitato il culto del dio. Avvicinandomi al sito mi aspettavo di imbattermi in rovine, più o meno ben conservate, di piccole dimensioni e invece immaginate il mio stupore quando mi sono trovato di fronte ad un complesso grandissimo e organizzato come un vero e proprio ospedale dei giorni nostri secondo, però, criteri sacri. Il sito, di cui si hanno tracce sin dal IV sec. a.C. e che è stato ammodernato e ampliato successivamente due volte in epoca ellenistica nel III e nel II sec. a.C, si articola su tre livelli, uniti da altissime scalinate, che portano, salendo, dallo spiazzo inferiore, destinato ad accogliere malati e pellegrini e ad ospitare le gare di musica e gli Asclepieia Megala, i giochi che venivano istituiti in onore di Asclepio, alle terrazze inferiore, intermedia e superiore, dove veniva esercitato l’atto medico.
    Il vasto spazio del primo terrazzo era destinato alla Catarsi, alla purificazione dell’ammalato, che veniva compiuta mediante alimentazione idonea; bagni lustrali e assunzione orale di acque termali naturali ricche in ferro, zolfo e calcio; attività fisica; concentrazione, introspezione e culto di divinità preposte alle fasi della guarigione, raffigurate da sculture poste nelle numerose nicchie scavate nel muro di sostegno della terrazza superiore e comprendenti anche il dio Pan . Il percorso di purificazione veniva guidato dai medici e permetteva di accedere al livello superiore dove si svolgeva il rito dell’incubazione nel tempio. Il secondo terrazzo ospita strutture destinate al culto: l’altare di Asclepio, il tempio a lui dedicato, l’Abaton, che pare ospitasse il riposo dei sacerdoti e un ampio portico dove erano esposte le donazioni e le offerte votive. Il terzo terrazzo, da cui si domina un panorama straordinario della costa dell’isola e di quella turca al di là del mare, si intrecciava con il bosco sacro ad Apollo ed ospitava un grande tempio ellenistico dedicato ad Asclepio e a sua figlia Igea, raffigurati da statue gigantesche, visibili fin dal mare.
    Nel tempio del secondo terrazzo si svolgeva il rito dell’incubazione e la fase di diagnostica e terapia degli ammalati.
    Dinanzi ad una così grandiosa e sistematica organizzazione dell’esercizio della medicina, il paragone con le modalità e lo spazio in cui esercito la mia professione scaturì spontaneamente, così come il confronto tra la natura rigogliosissima dell’Asclepieo e la natura rituale e sacra dell’atto medico antico contrapposte alle pareti asettiche degli ambulatori contemporanei e il meccanicismo, spesso indifferente, dell’attuale presa in carico delle criticità di un corpo che ignora l’esistenza di altri corpi sottili ad esso collegati.
    La malattia, isolata dall’ambiente circostante e perfino dallo stesso organismo che la ospita e studiata come un’entità a sé stante, da tacitare e annientare senza bonificare le cause che l’hanno generata, guarisce in modo provvisorio e non comporta un vero progresso evolutivo per il quale è necessario interrogare la propria coscienza ed esercitare la personale consapevolezza, anche con il contributo dell’apporto onirico, seguendo l’esempio dei riti incubatori. La sequenza dell’origine e dello sviluppo delle patologie viene sempre più resa nota dalle moderne tecniche diagnostiche, che scandagliano perfino le sequenze genetiche, ma quanto è ancora passivo l’uomo nei confronti delle cause scatenanti?
    Al di là della moderna strumentazione diagnostica, quanto è ancora valido l’apporto dell’intuito del medico e la sua capacità di entrare in empatia con l’ammalato? E a proposito dell’iter diagnostico-terapeutico suddiviso nei tempi classici di anamnesi, visita, diagnosi, prognosi e terapia, ancor oggi esercitato, non si riscontrano gli stessi passi che segue il metodo ermetico della Tradizione?

    catulla2008
    Partecipante
    Post totali: 111

    Grazie a Fleurdelys per la visita che ci ha fatto compiere all’Asclepeio di Kos!
    Di tutti gli spunti interessantissimi emerge essenzialmente che il malato dell’epoca si impegnava attivamente in prima persona per guarire e che la purificazione riguardava sia il malato che il sacerdote-medico trasmittente.
    Ultimo ma non ultimo, anzi primo spiazzo, il passaggio per la positività necessaria (giochi e musiche) a propiziare la catarsi e la guarigione integrale.
    Davvero una magnifica evidenza della Medicina Sacra che ancora accompagna e sostiene, in Tradizione ininterrotta, l’opera dei medici della Schola e – come vediamo – anche la loro testimonianza.

    • Questa risposta è stata modificata 10 mesi, 2 settimane fa da  catulla2008.
    Alessandro Bellucci
    Partecipante
    Post totali: 5

    Non faccio parte della Schola ma vedendo che molti parlano dei Monti Sibillini volevo condividere il fatto che anche per me l’ascesa al Lago di Pilato è stata un’esperienza veramente forte che ha evocato emozioni e sensazioni incredibili… mi sono sentito come richiamato da quel luogo (ci sono stato due volte) e durante il percorso mi è sembrato di scorgere infiniti volti tra le rocce e la neve, inoltre ho avuto la sensazione che quei monti fossero in grado di parlarmi in maniera profonda, qualcosa che pochi luoghi sono stati in grado di fare…
    Ho avuto inoltre l’impressione (potrei anche sbagliarmi perché non ho trovato riferimenti in merito) che le pietre più grandi, da dove si possono scorgere le due parti del lago e la valle, fossero utilizzate come altare.

    m_rosa
    Moderatore
    Post totali: 119

    Benvenuto Alessandro, vedo che, anche se non fai parte della Schola, condividi con noi una certa sensibilità che ci lega ai luoghi Sibillini nei quali, ognuno e tutti insieme, sapientemente guidati da Chi determinati “percorsi” li aveva già vissuti, abbiamo fatto esperienze particolari che ci hanno portato a crescere in consapevolezza ed equilibrio (qualità che con linguaggio specifico definiamo Salute e Luce)

    Alessandro Bellucci
    Partecipante
    Post totali: 5

    Grazie per l’accoglienza, sì effettivamente sono luoghi veramente magici e sono veramente addolorato per quanto successo negli ultimi anni.
    Ripensandoci mi è venuta in mente una riflessione, mi chiedo se ci siano cause in qualche modo più “sottili” che abbiano determinato tali eventi oppure se è semplicemente la natura che fa il suo corso e che questo talvolta può risultare terribile e doloroso per gli esseri umani.

    admin Kremmerz
    Amministratore del forum
    Post totali: 805

    Un certo numero dei nostri iscritti risiede in quei luoghi e nelle zone limitrofe e spesso l’Accademia Vergiliana, dato il caos e l’invivibilità di Roma, svolge le sue riunioni proprio in quelle zone. Certo gli ultimi eventi sismici ne hanno stravolto la geologia e l’orografia, ma non sono riusciti a sminuirne la magia e a depauperare questa enclave delle energie benefiche che vi albergano. La natura non è mai matrigna alla leopardiana maniera, e fa il suo corso, come ben dici. Sono semmai gli uomini che con le loro costruzioni selvagge e la loro incoscienza ne sfidano le leggi… In casa mia ad esempio, che è antisismica e costruita sulla roccia, (e non sulle faglie come tante altre) non è caduto neanche un quadro e non s’è aperta nessuna crepa. Nel versante nursino, inoltre, forse proprio per la presenza di certe energie positive, i danni sono stati limitati e la vita degli abitanti è stata salvaguardata. Vedrai, caro Alessandro, che fra non molto riprenderemo le nostre escursioni e torneremo a giugno ad ammirare la fioritura nel Pian Grande di Castelluccio e, anche se la faglia del Vettore si è allargata e dicono che il Lago di Pilato s’è prosciugato, la Natura provvederà a rigenerarsi in queste terre così come ha sempre fatto nei secoli e nei millenni, anzi, qui più che altrove, la vita si autogenera e se pare autodistruggersi, è solo per rigenerarsi! Perciò ritorna pure nelle terre della Sibilla… ti aspettiamo!

    Diogenonn–
    Moderatore
    Post totali: 50

    È vero ci sono luoghi che sprigionano un’energia che spesso ti mette a nudo. A volte in modo così intenso che la nostra mente impreparata a metabolizzarne tutte le potenzialità resta smarrita, gioiosamente attonita. È un’energia quella sibillina che penetra fin nelle viscere e pieghe piu intime … e li getta il seme di una rigenerazione che abbisogna del tempo giusto per manifestarsi. A volte poco a volte tanto, in ognuno secondo il proprio passo. Nel tempo siamo cambiati e oggi torniamo in questi luoghi tenendoci per mano con la delicatezza, il rispetto e la forza di chi con onore e dedizione sente l’altro parte di se. È lo spirito di Salute e Luce, come dice m_rosa che ci unisce. Da quegli anni lontani ci siamo sempre più abbeverati alle sorgenti della vita, a quelle profonde e siderali acque che si interfacciano con quelle della MIRIAM, Regina e Sibilla, e delle Fate sue ancelle, presenti sulla terra in carne ed ossa e alle quali non finiremo mai di dire GRAZIE.
    Benvenuto tra noi Alessandro!

    tanaquilla9
    Moderatore
    Post totali: 269

    Ti porgo anch’io il benvenuto fra noi, Alessandro. La ripresa delle nostre escursioni e il ritorno alla Piana di Castelluccio in fiore, come ha scritto Admin Kremmerz, dopo gli ultimi eventi, mi fa felice. Ammirare la fioritura di Castelluccio è una esperienza notevole. Grazie alla diversa combinazione degli elementi, sole, pioggia, freddo, caldo, umidità, siccità, la fioritura anticipa o ritarda, intensa esplode o dimessa si contiene, mai ripetendosi e sempre sorprendendo. Madre terra idea una diversa architettura ogni anno. Margherite, papaveri, violette, genzianelle, asfodeli, narcisi, fiordalisi, che spuntano fra i fiori di lenticchia, mescolano luci, ombre e colori in cangianti geometrie. L’intero altopiano è una grande tavolozza di colori, un manto cromatico che si stende a perdita d’occhio. Immergervisi è una intensa emozione perché pare di esser compresi in una grande opera d’arte, di far parte di una unica tela interattiva che possiede una sua capacità comunicativa: ti ritrovi a ronzare felice fra i piccoli sentieri battuti del Pian Grande o del Pian Piccolo e del Pian Perduto.
    Anche io, come te e come molti altri, la prima volta che sono salita sulla Sibilla, su per la cresta, ho avuto la sensazione di camminare su un tempio.E da allora, anche se non è sempre stato facile, perché, come ha scritto Diogenonn, l’energia sibillina ti mette a nudo, e provi quasi un timor panico, sono e siamo tutti rimasti amanti dei luoghi sibillini.

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