ECCE QUAM BONUM ET QUAM IUCUNDUM HABITARE FRATRES IN UNUM

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  • tanaquilla9
    Moderatore
    Post totali: 334

    Cara anima critica finalmente ho avuto il tempo x ascoltare Emilio Del Giudice sulle proprietà dell’acqua.
    Ho trovato molto istruttivo quanto dice, come afferma anche garrulo.
    Rispetto agli stati della materia, fa riflettere la spiegazione data dalla fisica quantistica sul passaggio dal gas, insieme caotico di atomi, all’ordine del liquido-acqua in cui le molecole oscillano all’unisono e a ritmo come in una danza.
    Fa riflettere il riconoscere la causa dell’attrazione nel formarsi del campo elettro-magnetico dall’oscillazione delle molecole d’acqua.
    Interessante la differenza della fisica quantistica dalla classica che, come sostiene Del Giudice, è inseparabile dall’idea religiosa di un creatore.
    In questa ottica si spiega come l’acqua possa ritenere informazioni.
    Sembra davvero che le ricerche all’avanguardia siano andate molto avanti, ma contemporaneamente siano tornate alle antichissime concezioni.

    seppiolina74
    Partecipante
    Post totali: 53

    Vorrei fare una semplice domanda relativa alla memoria dell’acqua che, lungi dall’essere retorica, vuole essere un sincero capire: pur ammettendo che l’acqua abbia, più di altri elementi naturali, una capacità magari più alta o ideale per trattenere e veicolare certe virtù o caratteristiche specifiche, perché non si parla della terra, ad esempio.Non ha memoria la terra? Le piante o gli alberi di un luogo, non sono veicoli ideali, magari da secoli, di proprietà terapeutiche? La memoria nelle generazioni locali di un territorio, non si trasforma in sapienza e si radica nel dna delle persone e quelle stesse persone la usano,nel loro piccolo, per tramandare e guarire? La ricerca accademiale suggerisce a mio parere che in un territorio esista un filo che lega tutto, quindi la memoria è in tutto il vivente: la fonte d’acqua che sgorga accanto all’albero, che germoglia e fruttifica, che viene usato per nutrirsi, guarire e tramandare. Forse intendevate qualcosa che mi sfugge, ma comunque mi ha suggerito queste domande e riflessioni! Buona serata a voi tutti!

    tanaquilla9
    Moderatore
    Post totali: 334

    Concordo con te seppiolina, le tracce dell’identità di un territorio si trovano nei sui elementi, tutti. E’ sbagliato però secondo i fisici, parlare di memoria dell’acqua. Bisogna pensare, dicono, che l’acqua produce campi elettromagnetici i quali sono responsabili dell’attrazione chimica fra le molecole e del passaggio di informazioni. Non sono certa di aver ben inteso ma capisco che l’acqua è un mediatore fondamentale. Forse qualcuno di noi, più esperto, può dire questa cosa con parole semplici. La forza d’attrazione più di una volta l’abbiamo discussa qui, a proposito anche di altri argomenti.

    mandragola11
    Moderatore
    Post totali: 176

    Per seguire le riflessioni di seppiolina e tanaquilla pensiamo anche alla pietra che ha una capacità di memorizzazione eccezionale, infatti è esclusivamente grazie a una piccola porzione di silicio purissimo (migliaia di volte più piccolo di un capello) che i nostri computer riescono a memorizzare milioni di dati nel chip.
    Acqua, terra…fuoco, aria… Ogni elemento avrà la sua funzione memorizzante particolare?

    Mercurius3
    Partecipante
    Post totali: 82

    Acqua, terra, fuoco, aria…sarà per questo che è jucundum habitare in unum? Dove l’Uno è il tutto e in questo nucleo fertilizzato e fertilizzante troviamo anche che sia jucundum starci?

    Buteo
    Partecipante
    Post totali: 60

    In questo salotto vorrei discorrere di ‘Martin Eden’, un film che ho voluto vedere qualche settimana fa, perché considero l’interprete un grande attore. Tratto dall’omonimo romanzo di J. London, racconterebbe l’emancipazione di un proletario attraverso un processo di acculturamento, stimolato dall’incontro con la seducente Elena, appartenente al mondo dell’alta borghesia napoletana, la sua incredibile ascesa economica e sociale, la sua caduta.
    Non ho letto il libro, ma mi sembra riduttivo vedere nel film il solo tema dell’emancipazione di un ragazzo del popolo attraverso lo studio da autodidatta. C’è qualcosa che va oltre. Il gioco d’immagini analogiche che s’inframmezzano e s’intersecano al racconto, la figura ieratica di Elena, i fermo immagine dei suoi primi piani, quasi un dipinto ottocentesco, fanno di lei un’entità non umana.
    È come se non gli occhi di Martin la vedessero, ma quelli della sua anima e, come in uno specchio, si compenetrassero. Nell’innamorarsi, si accende in lui la scintilla che avvia un processo che si esteriorizzerà nella sua ascesa sociale. Martin è tenace, resistente agli ostacoli, alle sconfitte, ai dileggi. Resiste e persevera nel percorso in cui lei è il faro che, anche lontano, lo guida. Ma la via è lunga, le disfatte molte, il successo non arride. Martin dispera, i fallimenti pesano, piegano. Montano in lui la frustrazione, l’inadeguatezza, la disistima. La mente si annebbia e lo induce ad attribuire all’amata quel disprezzo che, in realtà, è lui a provare per se stesso. L’amore si tramuta in rabbia. E la rabbia esplode verso l’amata e il suo mondo. La oltraggia e si farà cacciare.
    Il processo evolutivo, però, ormai avviato, inesorabilmente procede e dà il suo frutto: il successo arriva. Finalmente ricchezza, riconoscimento e onori. Martin, ormai preda dei propri fantasmi, non può goderne. Eppure Elena insperabilmente torna da lui: è la sua anima a tendergli ancora la mano?… ma non può più accoglierla. Imbrigliato com’è nelle spire dell’amor proprio ferito e della rabbia, la respinge e allontana definitivamente. Ormai è un corpo vuoto, non avrà più senso vivere.
    Perché ne parlo? Perché mi chiedo, e giro la domanda, se sia proprio così. Possiamo noi incontrare l’anima, il nostro io interiore, solo tramite l’innamoramento? Cioè solo attraverso la sua proiezione su una donna o un uomo, che ne diventi il simulacro inconsapevole e possibilmente non sempre adeguato? Perché quand’anche incontrassimo nell’altro l’anima, come verosimilmente avviene a Martin, il rischio di rimanere invischiati o nell’involucro esteriore, cioè nella personalità di colei o colui di cui ci innamoriamo, o nei nostri fantasmi interiori, è grande e potenzialmente fatale. E allora, cos’è quella sensazione che chiamiamo innamoramento? Il desiderio fisico e mentale di quella donna o quell’uomo, che ci cattura e ci trasforma, o non piuttosto il nostro impellente e intimo bisogno di ricongiungerci al nostro essere interiore? E, soprattutto, come scindere o fondere le due cose, per giungervi?

    tanaquilla9
    Moderatore
    Post totali: 334

    Per Buteo. Capisco le domande che ti poni. Diotima, una sacerdotessa, (in Simposio, Platone) dice che vi è una gradualità nell’innamoramento: dall’amore per un bel corpo, a tutti i bei corpi, dall’amore per una bella anima, alle belle istituzioni e alle belle conoscenze. Fino all’amore per la bellezza in sé e il riconoscimento di cosa sia la bellezza in sé. “E’ questo, o mio caro Socrate, (dice Diotima) il momento della vita che più di ogni altro è per l’uomo degno di essere vissuto”.
    Per me, fra i tantissimi altri che provengono dalla Schola, è motivo di incoraggiamento l’augurio della Direzione per la Primavera 2019.

    Buteo
    Partecipante
    Post totali: 60

    <Grazie Tanaquilla9 per i rimandi

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