Rispondi a: Attività delle Accademie Pitagora e Porfiriana

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holvi49
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A proposito di musica e piante…
I ricercatori di Damanhur( gli sviluppatori del dispositivo U1 per la musica delle piante) hanno scoperto, nei loro 40 anni di studio: che dopo un certo tempo di esposizione ai loro stessi suoni, le piante sembrano divenire consapevoli che il suono origina da loro, ed iniziano a modularlo intenzionalmente.
Diciamo che il dispositivo U1serve a misurare la variazione di resistenza elettrica e, nel caso delle piante, la resistenza elettrica è quella dei tessuti viventi delle stesse. Gli studi scientifici hanno potuto constatare che le piante hanno le loro capacità sensoriali. Alcune di queste possono essere paragonate ai cinque sensi dell’uomo, più altri quindici sensi, che sono esclusivi del mondo vegetale; per esempio, le piante “possono percepire la gravità ed i campi magnetici( che influenzano la loro crescita), e possono riconoscere numerosi gradienti chimici nell’aria o nel terreno”. L’idea che il modo di produrre musica delle piante cambi nel tempo quando vengono esposte, tramite il dispositivo U1, al suono che producono, può avere senso dal punto di vista scientifico. In effetti si sostiene che le piante abbiano un loro modo di percepire le vibrazioni sonore.
Dagli studi condotti si rileva che c’è una stretta correlazione fra le onde sonore e la crescita delle piante. E’ stato dimostrato come onde sonore a specifiche frequenze ed intensità abbiano effetti significativi su una pluralità di attività biologiche, biochimiche e fisiologiche delle piante, inclusa l’espressione genica. “Sono stati registrati gli effetti positivi della musica sulla quantità e qualità del raccolto da piante di pomodori, orzo ed altri vegetali. Il contenuto di zuccheri solubili e proteine , e l’attività amilasica, sono aumentati significativamente nel crisantemo in risposta ad onde sonore con determinate intensità (100 db) e frequenze (1.000 Hz).
Le radici delle piante sembrano essere sensibili a una gamma di frequenze più estesa rispetto alle parti non interrate.
Se consideriamo l'”intelligenza” come l’abilità di risolvere problemi e di apprendere dall’esperienza, allora le piante sono certamente intelligenti.
L’ambito di ricerca della Società di Neurobiologia Vegetale cerca di “comprendere come le piante percepiscono, ricordano e processano l’esperienza, coordinando risposte comportamentali attraverso reti di informazione integrate che comprendono forme di segnalazione molecolare, chimica ed elettrica”. La Neurobiologia Vegetale insegna che le piante hanno al loro interno un sistema di ordinamento di insiemi di comportamenti che è funzionalmente simile al sistema nervoso animale.
Con gli esperimenti di Backster condotti a metà degli anni ’60 si osservarono per la prima volta le sorprendenti reazioni di vari tipi di piante all’esposizione a intenzioni e comportamenti minacciosi. Le piante “perdevano conoscenza”, ossia non davano più segno di quell’attività elettrica rilevata con specifici strumenti. Con quegli strumenti, Backster fu in grado di osservare il comportamento nelle piante, come rilevare le intenzioni delle persone nella stanza, rispondere ad intenti o comportamenti minacciosi, e persino reagire con un trauma quando veniva inflitta sofferenza ad un’altra forma di vita nelle vicinanze.
E’ stata constatata la presenza nelle piante di neurotrasmettitori come la serotonina, la dopamina ed il glutammato, anche se la loro funzione non è ancora chiara. La presenza di lattosio e miosina, molecole che permettono il movimento delle cellule muscolari animali, stata riscontrata in una zona prossima alla punta delle radici che si ritiene essere il “cervello” delle piante.
Non c’è quindi da stupirsi se le piante del viticoltore toscano abbiano prodotto un’uva migliore ascoltando la musica di Mozart: la musica è frequenze e intensità percepite, da quanto visto, dalle piante stesse che possono avere, perché no?, modulato le loro frequenze interagendo con le frequenze “mozartiane” esprimendo una diversa fisiologia .
E sorge spontanea una considerazione, nel rispetto del modo di vivere vegetariano: come si può stabilire, nutrendosi, a chi si può “fare del male” e a chi no? (Tralasciando il discorso di una propensione ad una alimentazione prevalentemente vegetale e frugivora che potrebbe avere una sua precisa modalità di attuazione ).
Un caro saluto

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