Rispondi a: La legge del Do ut Des

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ippogrifo11
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Per quello che personalmente mi risulta per esperienza diretta, in messuna delle sedicenti istituzioni iniziatiche cui avevo aderito in passato, ivi inclusi alcuni dei gruppi sedicenti kremmerziani, che a diverso titolo sbandierano improbabili quanto inconsistenti patenti di legittimità, il principio del do ut des è presente ed esplicitato come lo è nella nostra Schola, fino al punto da diventare la conditio sine qua non che sostanzia la ragione e insieme la misura del progresso individuale fattivamente conseguito lungo il cammino ermetico-iniziatico.
Nei sodalizi che ebbi modo di frequentare, l’ascenso ermetico, in proiezione di una non meglio definita “realizzazione”, era visto, e con ogni probabilità lo è ancora oggi, come un qualcosa di fine a sé stesso, circoscritto alla propria individualità e quasi sempre sospinto da motivazioni che si condensavano in una velleitaria voglia di “arrivare”. Ma arrivare dove? E perché, poi? Per soddisfare un ego pretenziosamente voglioso di immedesimazione nel divino, ma restante sempre, e comunque sublimato, un ego?
No, noi stiamo acquisendo consapevolezza che il nostro ascenso individuale è integrato in un progetto universale; che la nostra piccola opera individuale in tanto ha ragione di essere in quanto è parte di un’Opera che, se passa attraverso di noi, quando riusciamo a esserne tramiti, è per andare oltre noi e la nostra fisionomia di esistenza. Dalle Superiori Gerarchie ci viene dato con mano prodiga perché la nostra materia vivente si trasmuti e inneschi, gradatamente, la trasmutazione della materia vivente di chi viene in nostro contatto. E così il Popolo di Miriam si espande, e con esso si espande progressivamente la materia umana che si fa veicolo di un Ideale senza limiti di spazio e di tempo.
Perciò, buon lavoro e che la fioritura primaverile sia propizia!

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