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tanaquilla9
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Mentre leggevo ad alta voce questo libricino su Demetra, molti anni fa, all’improvviso mi sentii afferrare da un vortice e strinsi la mano di chi mi ascoltava, per rimanere lucida.
E’ Kore, la figlia, che racconta il suo destino, che non può essere scisso da quello della Dea madre.
Lo leggemmo poi tutti insieme al Centro Elissa di Montemonaco. Ricordate?
E’ un testo ispirato che tutt’ora continua a commuovermi.
E chi non lo sarebbe, se è in gioco il ricongiungersi con la Madre?
Se una nostalgia infinita prende il posto di ogni altra istanza?
Riporto dal libro solo qualche rigo, e se vi interessa è di Tiziana Villani ed. Mimesis.

“Perdona Demetra, se nel freddo di questi territori umidi e argentati, porto con me il tuo ricordo. Mi ha catturata la promessa di un’antica stagione che a lungo ho sentito pulsare tra le tue dita…
Altrove, nascosti al tuo sguardo, gli dei domandavano la costruzione dei templi…Quei luoghi fin dall’inizio ti furono estranei… Nei disegni che andavano tracciando tu apparivi come necessaria comparsa…
Iniziavo ad appartenere alla tua carne, già modificavo la tua ombra quando attraversavi i territori ora desertici e ora lussureggianti. Sorridevi, nella convinzione che nulla sarebbe mutato ma, nel contempo, si rafforzavano i basamenti dei templi…I templi aperti accolsero le leggi e per ognuno di essi venne stabilito un culto. Tu continuavi a mantenerti in disparte, modellavi il mio corpo seguendo le linee delle tue sembianze. Indifferente a quanto accadeva ti dedicavi a plasmare la mia immagine che avrebbe dovuto celebrarti…
I nuovi eventi contenevano una minaccia che non volevi considerare, la mia iniziazione ti teneva lontana da essi, volutamente cieca. Ti specchiavi nel mio volto … Riscoprivi nel mio corpo il divenire del tuo e aspettavi che io tornassi ad esso.
Ampie pianure incolte iniziarono ad accogliere i sussurri di chi affermava che in nostro onore venivano compiuti sacrifici. L’ira ti trasfigurò, per la prima volta intuii le infinite possibilità della paura, quegli onori ti erano estranei, in nessun modo sarebbero occorsi per legittimare la tua presenza. Il tuo volto simile a quello della terribile Gorgone si rivolse agli dei, una risata oscena ti deformò le labbra, pronunciasti invocazioni tremende contri gli universi, assassini del caos…
La mia ombra cercò consolazione nella tua. In un’atmosfera tesa tornammo alla palude… Gli dei ci volevano separate. Ma come era possibile, dal momento che le nostre immagini erano state da sempre indissolubili? “Demetra”; pronunciai il tuo nome più volte, chiamai a raccolta i cani affinché proteggessero il nostro abbraccio…
Quando le mura vennero rafforzate, quando i crateri furono colmati di vino e di farina d’orzo, giungesti a patti con gli dei presso lo Stige. La separazione che avevi promesso, che mi avrebbe unita a uno sposo di cui nessuno pronunciava il nome, tu pensavi che sarebbe durata solo una notte. Per lungo tempo non seppi nulla di quel patto, di tanto in tanto mi sorprendeva il tuo sguardo turbato…La continuità perfetta che mi avevi mostrato poteva essere frantumata… Il tuo sapere si disperdeva tra i voli degli uccelli che gli indovini interpretavano solo per frammenti…
Prevalendo, il nuovo ordine tentò di cancellare la memoria dei tuoi riti; i mercanti assomigliavano sempre più agli dei chiusi nei recinti dei templi…
Tinsi di nero il tuo peplo e raggiunsi le figlie di Oceano…Mentre mi allontanavo, l’eco della tua voce si disperdeva tra i campi. Per la prima volta ero io a separarmi da te… disegnai lentamente i contorni del mio corpo diviso dal tuo, tremavo per quella scoperta… Proprio mentre ti stavo pensando fui distratta da un fiore… ad un tratto mi trovai di fronte a una sagoma che si era composta come dal nulla, il suo aspetto era tremendo…Il dio dal volto oscuro non dimostrò alcuna comprensione, mi costrinse a seguirlo…Quando ritrovai la voce urlai il tuo nome Demetra…Ben presto compresi che tu sapevi. Quel dio che mi terrorizzava ti era fratello, padrone delle ombre…
Ti ricordavo senza nostalgia, attraverso i territori separati dell’Erebo e rivedevo la lunga stagione che ci aveva viste unite…
La nostra separazione ti tormentava… la distanza che divideva le nostre ombre ti costringeva ad una estenuante ricerca…il mio destino ti venne svelato…
Spargesti la sterilità ovunque, alberi neri dominavano tra i campi. Assomigliavi a una mendicante, la tua figura nera ispirava terrore, solo chi ti era nell’intimo non abbassava lo sguardo al tuo passaggio…
Il mio esilio era il tuo esilio, la mia solitudine rispecchiava la tua e sarei rimasta sterile nei territori della ricchezza sino a che il tuo ventre non fosse tornato a palpitare…
A causa della penombra che mi avvolgeva, percepivo a stento l’eco del tuo dolore …
Ti fu concesso il mio ritorno e ti furono donate come buon auspicio nuove vesti chiare. La terra tremò di piacere al tuo passaggio…Le Erinni abbandonarono il loro nascondiglio, ti raggiunsero per strappare dal tuo volto il velo di vendetta che Nemesi vi aveva posto…Seppi che ti avrei ritrovata…”.

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