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BELL
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Ringrazio Ippogrifo per il suo post che mi permette di partecipare la mia esperienza riguardo un progetto di ricerca a cui ho partecipato nel 2017/2018. La nostra Cl. Oculistica è uno dei centri di riferimento nazionale per la diagnosi e cura delle Patologie Retiniche per cui ha partecipato ad un Trial sperimentale internazionale per la cura della cecità, tramite l’utilizzo di Microchip sottoretinici, in pazienti selezionati secondo parametri ben precisi.
I soggetti arruolati nello studio erano affetti da Retinite Pigmentosa che è una patologia retinica, spesso geneticamente determinata, che comporta una progressiva scomparsa dei fotorecettori retinici, che sono le cellule nervose da cui inizia il processo di trasduzione dello stimolo luminoso in stimolo elettrico, con conseguente progressione verso la cecità.
In sintesi, il metodo è quello di inserire un microchip, collegato ad una batteria esterna modulatrice, sotto la retina a livello della macula, che è l’area retinica in cui i fotorecettori hanno la più alta concentrazione, che ha il compito di sostituire la funzione svolta dalle cellule retiniche andate perdute e inviare, sotto stimolazione luminosa, impulsi elettrici che seguono la via fisiologica di trasmissione visiva (il n.ottico, i tratti ottici e la corteccia cerebrale occipitale dove gli stimoli elettrici sono assemblati per ricostruire l’immagine).
I risultati ottenuti sono similari a quelli esposti dalla ricerca a cui fa riferimento Ippogrifo nel suo post; ritengo interessante mettere in luce due aspetti che mi hanno colpito.
Il primo aspetto è che all’Esame del Campo Visivo di controllo, che misura lo spazio visivo percepito da ogni occhio, si notava una certa ripresa funzionale nella trasmissione visiva anche nel bulbo oculare contro laterale in cui non avevamo applicato il microchip; evidentemente si attivano meccanismi, la cui natura fisiologica è sconosciuta al momento, per cui anche l’altro occhio si riattivava.
Il secondo aspetto è che nel tempo quasi tutti i pazienti, anche quelli che inizialmente erano i più entusiasti, riferivano di non accendere più il micro chip, cioè preferivano ritornare alla condizione di cecità. La motivazione addotta era che, in una condizione di cecità duratura per un periodo di anni, in modo innato si erano iper attivati gli altri organi di senso (udito, olfatto, senso tattile, senso pressorio ecc.) che avevano cercato di sopperire alla mancanza della funzione visiva. Nel momento della ricomparsa della visione, anche se elementare e spesso confusa, si erano trovati in una condizione di forte squilibrio sensoriale in cui a fronte di una piccola ripresa visiva c’era anche una riduzione della ipersensibilità delle altra funzioni sensoriali.Tutto ciò comportava una riduzione complessiva delle capacità di attendere alle normali attività della vita quotidiana.
Personalmente ritengo che la funzione visiva sia estremamente complessa e solo parzialmente decifrata nei suoi meccanismi fisiologici per cui, nel rispetto e nella stima per le apprezzabili ricerche, ritengo non possa essere riprodotta da nessun apparecchio biomedico.
Altresì ritengo che debba essere incentivata l’attività di ricerca di rigenerazione delle cellule nervose andate perdute come per esempio le cellule staminali (v. post in questa discussione del 08/12/2017 pag.4) che sono presenti anche nel tessuto retinico.
Per poter fare un salto qualitativo in queste ricerche Biologiche e Mediche ritengo che bisogna allargare, cosa non facile ma fattibile, il raggio di azione non confinandolo a cercare di costruire un modello riproducibile e uguale per tutti.
Personalmente, entro i miei limiti, se analizzo la modalità in cui affrontavo un caso clinico o chirurgico venti anni fa posso constatare che, grazie al mio percorso all’interno della Schola, oggi sicuramente, nel pieno rispetto di quelle che sono le linee guida officiali, sono molto meno rigido e schematico anche se questo spesso non porta onori ma critiche e malumori in ambito scientifico.
Di questo devo ringraziare la Schola e non è poco!

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