Rispondi a: LA PANDEMIA DA CORONAVIRUS TRA DATI OGGETTIVI E OPINIONI SOGGETTIVE

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Buteo
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Leggo le vostre emozioni sentimenti considerazioni e le rileggo e mi fermo per sentire le mie.
Ho forse recepito distrattamente le prime notizie dalla Cina. La SARS, la suina, l’Ebola avevano abituato noi medici a intimorirci e a veder poi ridursi in rivoli, se non prosciugarsi, i casi. Poi arrivarono le notizie di Wuhan e le immagini e le grida allucinate fra i palazzi. Fatico a riportarle alla mente: sono passati pochi mesi ed è un peso da gettar via. Mi allontanerei immemore da immagini e report delle rianimazioni lombarde, ma ritorno alle analisi dei dati, ai processi patologici che si vanno chiarendo, agli studi sui farmaci impiegati.
Il 23 febbraio non potei astenermi dal partecipare a una festa organizzata da amici, ma quello fu l’ultimo giorno di contatti sociali. Ben accolsi il lockdown: con un carattere tendenzialmente solitario, poco incline ai convenevoli, potevo dedicarmi solo a ciò che m’interessava.. studiare, capire.. Per fortuna i bambini non si sono ammalati. Non avrei saputo seguirli, quali terapie utilizzare, per quali sintomi allarmarmi. Scuole e asili chiusi, e poi, quasi subito, la maggior parte dei genitori a casa. Questo è stato il grande aiuto. Non dovevo preoccuparmi per una possibile diffusione virale dai bambini febbrili che visitavo, qualunque virus avessero, in quella fase i cui non c’erano strumenti per la diagnosi. I genitori sono stati preoccupati, sono stati attenti. Direi che lo sono tuttora. Chi fra loro abbia la possibilità, ha già deciso che non porterà a settembre i figli all’asilo. A oggi so di una sola madre tornata a lasciarvi la bimba di due anni. È angosciata. È infermiera in RSA, il marito ha un impiego a Milano, nessuno per accudirla, e licenziarsi sarebbe troppo gravoso. Penso al ‘diritto’ delle donne al lavoro, un imperativo assoluto, che sia un lavoro da sguattera o da professionista, che sia gratificante o pesante e mal retribuito. È un diritto? Io vedo rassegnazione e silenzio nella mamma che lascia la bimba di tre mesi al nido per riprendere il grembiule d’inserviente nell’impresa di pulizia. Le spetterebbe o nessuna o forse una miserrima retribuzione per altri due mesi. Potrebbe lavorare solo il marito. Sì, se ci fosse. E quandanche ci fosse, perché la donna dovrebbe rinunciare al suo diritto al lavoro? Chiediamole allora quanto la renda felice sapere da mattino a sera la sua bimba in mani appena conosciute. Chiediamole se, mentre espleta il suo diritto al lavoro, la sua mente non sia piuttosto alla piccola. Sarà sola? sarà nel lettino? magari bagnata? magari piange o magari ha smesso, magari sorride… Questo si vuole quando si reclama il diritto al lavoro per la donna madre? Io vedo un gravoso dovere impostole che non tutela né lei né men che meno il bimbo, la cui crescita interiore si struttura nella prima infanzia nella costanza fisica con la madre, come è per tutti i cuccioli in natura.
Se la favola della socializzazione al nido fra bambini (di pochi mesi?) fino a ieri anestetizzava le coscienze, da oggi in madri e padri leggo consapevolezza ineluttabilità e sconforto. Vorrebbero i loro bimbi a casa. Ma nessun aiuto reale, solo contraddizione in termini.Sì,
perché, essendoci fra gli studiosi accordo unanime sulla necessità del distanziamento fra le persone per evitare il contagio, deve esser in modo incontrovertibile detto a loro, e a me, in quali studi sia emerso che la promiscuità fra i bambini preservi indenni gli stessi dall’infezione del SARS-CoV-2. E non voglio aggiungere il mio anonimo parere a quello degli esperti sul virus ormai no o sul virus ancor sì, diatriba che rasenterebbe il ridicolo, se non fosse per la drammaticità del caso.

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