Rispondi a: LA PANDEMIA DA CORONAVIRUS TRA DATI OGGETTIVI E OPINIONI SOGGETTIVE

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Buteo
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Mi spiace dallo sguardo interiore e dalla pace del post di Cingallegra, rievocare il peso che la Covid-19 ha calato in noi, parlando ancora di terapia.
Guglielmo tell ci aveva anticipato i dati incoraggianti che iniziavano a emergere in Lombardia dalla sperimentazione del plasma iperimmune nella cura della malattia. Lo studio, iniziato il 17 marzo al Policlinico San Matteo di Pavia e condotto su 46 pazienti fra Pavia e Mantova, compreso un paziente a Novara, si è concluso l’8 maggio.
Nel contempo la gravità della patologia aveva giustificato che altri centri iniziassero il trattamento sui pazienti, prima ancora della validazione scientifica. Per avere un’idea della tecnologia che sta alla base della metodica, giro il link a un articoletto del 6 aprile:
https://www.ildenaro.it/coronavirus-biopharma-prima-del-previsto-una-terapia-efficace-al-95-coinvolto-lo-stabilimento-napoletano/
I risultati dello studio lombardo, in pubblicazione in questi giorni, sono stati presentati dagli esperti della scuola pavese, nella conferenza stampa dell’11 maggio di Regione Lombardia, di cui giro il link, perché mi sembra che il razionale sia esposto in modo semplice (occorre un po’ di pazienza iniziale perché la registrazione non parte subito):
https://www.facebook.com/Regione.Lombardia.official/videos/233453754628280/
Pur essendo la trasfusione di plasma una metodica consolidata, l’utilizzo in una nuova patologia deve essere validato da studi che ne confermino l’efficacia, la sicurezza e, non meno importante, stabiliscano tempistica e posologia, cioè quando (non troppo presto, perché ancora possibile una guarigione spontanea; non troppo tardi, perché l’organismo sarebbe ormai deteriorato) e in quali e quante dosi sia somministrata.
Non mi dilungo su possibili rischi connessi alla trasfusione di emoderivati, accenno solo agli incidenti occorsi in passato per trasmissione, ad es., dei virus dell’AIDS o dell’epatite, perché non si può escludere in assoluto una pur remota possibilità di veicolazione di agenti infettanti, nonostante le donazioni di sangue in Italia seguano rigidi protocolli e garantiscano il massimo livello di sicurezza.
Che trasfusione di plasma e somministrazione di farmaci e vaccino siano fra loro compatibili, si evince rivedendo, anche solo scolasticamente, il significato di “immunizzazione”. Quando un virus o un batterio penetra nell’organismo è riconosciuto come ‘estraneo’ dalle cellule di difesa (globuli bianchi), che si attivano per eliminarlo. Il primo intervento utilizza i proiettili già in dotazione (anticorpi aspecifici), che le cellule sono in grado di produrre perché diretti verso porzioni del virus (o batterio) condivise con altri agenti infettanti, coi quali il nostro sistema è già venuto in contatto. Dopo la ‘prima bordata’, le cellule processano l’estraneo: individuano porzioni vitali contro le quali virano la produzione bellica, costruendo proiettili direzionati (anticorpi specifici). Il processo richiede giorni e nel frattempo il virus o batterio può aver provocato danni a cascata, potenzialmente non recuperabili. Se invece l’organismo è riuscito a ‘tamponare’ l’attacco, la produzione di anticorpi specifici inferisce il colpo di grazia, l’organismo guarisce e raggiunge la cosiddetta “immunizzazione naturale”, cioè la capacità di tornare a produrre anticorpi specifici ogni qualvolta venga in contatto con quel virus, impedendo lo sviluppo della malattia.
Il plasma del paziente appena guarito contiene una gran quantità di anticorpi specifici che andranno poi scemando nel tempo, quando l’organismo non avrà più la necessità di produrli. Il plasma, o “plasma iperimmune” deve perciò essere raccolto nelle fasi di convalescenza e trasfuso nel soggetto malato che ancora non produca i propri anticorpi o li produca in quantità insufficiente a contrastare la progressione della malattia. In questo modo si conferisce un’ “immunizzazione passiva”, che è temporanea e andrà esaurendosi nei giorni, per il normale decadimento degli anticorpi stessi.
La somministrazione un vaccino conferisce invece un’ “immunizzazione attiva”, perché veicola nell’organismo una frazione innocua del virus o batterio o una sua forma attenuata, incapace di dare malattia, ma in grado di indurre il sistema immunitario a predisporre la tecnologia di difesa, pronta a colpire proprio quel virus o batterio con i proiettili mirati (anticorpi specifici), non appena cerchi di invadere l’organismo. Induce nelle cellule difensive lo stesso meccanismo d’immunizzazione naturale, che si attiva in seguito all’infezione spontanea.
Un detto attribuito a Confucio recita: “Dai un pesce a un uomo e lo nutrirai per un giorno; insegnagli a pescare e lo nutrirai per tutta la vita.” Ecco, la somministrazione di plasma iperimmune (immunizzazione passiva) è il pesce che mi salva dal morire oggi di fame (mi guarisce dalla malattia verso cui sono indifeso). La somministrazione del vaccino (immunizzazione attiva) è l’insegnare a pescare, che mi nutrirà per tutta la vita (istruisce le mie difese immunitarie, allertandole a intervenire ogni qualvolta incapperò in quel virus o quel batterio). L’una cosa non esclude l’altra: nella situazione attuale, se disponessimo del vaccino, l’ideale sarebbe la co-somministrazione di plasma iperimmune e vaccino in chi è colpito dalla malattia.

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