Rispondi a: ECCE QUAM BONUM ET QUAM IUCUNDUM HABITARE FRATRES IN UNUM

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Buteo
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In questo salotto vorrei discorrere di ‘Martin Eden’, un film che ho voluto vedere qualche settimana fa, perché considero l’interprete un grande attore. Tratto dall’omonimo romanzo di J. London, racconterebbe l’emancipazione di un proletario attraverso un processo di acculturamento, stimolato dall’incontro con la seducente Elena, appartenente al mondo dell’alta borghesia napoletana, la sua incredibile ascesa economica e sociale, la sua caduta.
Non ho letto il libro, ma mi sembra riduttivo vedere nel film il solo tema dell’emancipazione di un ragazzo del popolo attraverso lo studio da autodidatta. C’è qualcosa che va oltre. Il gioco d’immagini analogiche che s’inframmezzano e s’intersecano al racconto, la figura ieratica di Elena, i fermo immagine dei suoi primi piani, quasi un dipinto ottocentesco, fanno di lei un’entità non umana.
È come se non gli occhi di Martin la vedessero, ma quelli della sua anima e, come in uno specchio, si compenetrassero. Nell’innamorarsi, si accende in lui la scintilla che avvia un processo che si esteriorizzerà nella sua ascesa sociale. Martin è tenace, resistente agli ostacoli, alle sconfitte, ai dileggi. Resiste e persevera nel percorso in cui lei è il faro che, anche lontano, lo guida. Ma la via è lunga, le disfatte molte, il successo non arride. Martin dispera, i fallimenti pesano, piegano. Montano in lui la frustrazione, l’inadeguatezza, la disistima. La mente si annebbia e lo induce ad attribuire all’amata quel disprezzo che, in realtà, è lui a provare per se stesso. L’amore si tramuta in rabbia. E la rabbia esplode verso l’amata e il suo mondo. La oltraggia e si farà cacciare.
Il processo evolutivo, però, ormai avviato, inesorabilmente procede e dà il suo frutto: il successo arriva. Finalmente ricchezza, riconoscimento e onori. Martin, ormai preda dei propri fantasmi, non può goderne. Eppure Elena insperabilmente torna da lui: è la sua anima a tendergli ancora la mano?… ma non può più accoglierla. Imbrigliato com’è nelle spire dell’amor proprio ferito e della rabbia, la respinge e allontana definitivamente. Ormai è un corpo vuoto, non avrà più senso vivere.
Perché ne parlo? Perché mi chiedo, e giro la domanda, se sia proprio così. Possiamo noi incontrare l’anima, il nostro io interiore, solo tramite l’innamoramento? Cioè solo attraverso la sua proiezione su una donna o un uomo, che ne diventi il simulacro inconsapevole e possibilmente non sempre adeguato? Perché quand’anche incontrassimo nell’altro l’anima, come verosimilmente avviene a Martin, il rischio di rimanere invischiati o nell’involucro esteriore, cioè nella personalità di colei o colui di cui ci innamoriamo, o nei nostri fantasmi interiori, è grande e potenzialmente fatale. E allora, cos’è quella sensazione che chiamiamo innamoramento? Il desiderio fisico e mentale di quella donna o quell’uomo, che ci cattura e ci trasforma, o non piuttosto il nostro impellente e intimo bisogno di ricongiungerci al nostro essere interiore? E, soprattutto, come scindere o fondere le due cose, per giungervi?

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