Rispondi a: I Luoghi del Sacro, della Magia e della Tradizione ermetica

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Fleurdelys
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Viaggio volentieri nel tempo libero e spesso ho trovato nei luoghi visitati legami o connessioni con la Tradizione, vuoi per scelta deliberata del sito da visitare, vuoi per pura casualità – ma esiste il caso? -. Qualche anno fa ho avuto modo di visitare per due volte nello stesso anno l’isola greca di Kos nel mar Egeo, prima dell’ultimo sisma del 2017. Kos è una piccola isola, famosa fin dall’antichità perché ha dato i natali nel 460 a.C. Ippocrate, il medico più innovatore dell’antichità. Egli, infatti, sottrasse la salute dell’uomo al capriccio di agenti esterni, divini o no, e la ricondusse all’influsso della Forza vitale che è in grado di riequilibrare le disarmonie che causano la malattia, la Νόσων φύσεις ἰητροί, ovvero la Vis medicatrix naturae dei latini. Oltre ad aver stigmatizzato l’approccio al malato con l’introduzione dei tempi medici dell’anamnesi, della visita, della diagnosi e della prognosi, che precedevano la terapia, riunite nella compilazione di una vera e propria cartella clinica, fu il primo teorico dell’osservazione sistematica delle cause che generano lo squilibrio che esita in malattia, che ricercava nell’alimentazione, nell’ambiente in senso lato, società inclusa e nella psiche. Come tutti i medici del passato viaggiò moltissimo e non mancò la consueta permanenza in Egitto, dove la scienza medica era praticata ad altissimi livelli, per l’epoca, ed era connessa ad una Tradizione sapienziale e sacra, custodita dai sacerdoti nei templi. Ippocrate scrisse una settantina di opere, raccolte nel Corpus Hippocraticum, nei cui Prolegomeni affermava che « Le cose sacre non devono essere insegnate che alle persone pure; è un sacrilegio comunicarle ai profani prima di averli iniziati ai misteri della scienza. »
La medicina quindi era appannaggio dei sacerdoti e degli iniziati. La visita all’Asclepieo di Kos era una tappa obbligata per me. L’ Asclepieo prende il nome dal mitico Asclepio, latinizzato poi in Esculapio, figlio di Apollo, protettore della medicina, era venerato a Kos quale fondatore di una progenie, quella degli Asclepiadi, dedita alla cura degli ammalati, che avveniva appunto in luoghi ad essa preposti. Dai due figli maschi di Asclepio, Macaone e Podalirio, origina una discendenza di esercitanti la professione medica e Ippocrate pare fosse l’erede del secondo. Gli altri figli mitici di Asclepio erano collegati al processo di guarigione: Telesforo, dio della convalescenza, Igea, della della salute, Panacea, dea della guarigione universale ottenuta con l’uso delle piante,
Iaso, dea della guarigione, Acheso, dea che sovrintendeva alla guarigione, Egle, madre delle Grazie e Meditrina, la guaritrice. Le funzioni così circoscritte di questi personaggi fanno pensare ai nether egizi e agli dei-atto latini.
L’asclepieo di Kos è uno dei più famosi, ma non l’unico: basti pensare che se ne contavano 300 e tutti sorgevano dove veniva esercitato il culto del dio. Avvicinandomi al sito mi aspettavo di imbattermi in rovine, più o meno ben conservate, di piccole dimensioni e invece immaginate il mio stupore quando mi sono trovato di fronte ad un complesso grandissimo e organizzato come un vero e proprio ospedale dei giorni nostri secondo, però, criteri sacri. Il sito, di cui si hanno tracce sin dal IV sec. a.C. e che è stato ammodernato e ampliato successivamente due volte in epoca ellenistica nel III e nel II sec. a.C, si articola su tre livelli, uniti da altissime scalinate, che portano, salendo, dallo spiazzo inferiore, destinato ad accogliere malati e pellegrini e ad ospitare le gare di musica e gli Asclepieia Megala, i giochi che venivano istituiti in onore di Asclepio, alle terrazze inferiore, intermedia e superiore, dove veniva esercitato l’atto medico.
Il vasto spazio del primo terrazzo era destinato alla Catarsi, alla purificazione dell’ammalato, che veniva compiuta mediante alimentazione idonea; bagni lustrali e assunzione orale di acque termali naturali ricche in ferro, zolfo e calcio; attività fisica; concentrazione, introspezione e culto di divinità preposte alle fasi della guarigione, raffigurate da sculture poste nelle numerose nicchie scavate nel muro di sostegno della terrazza superiore e comprendenti anche il dio Pan . Il percorso di purificazione veniva guidato dai medici e permetteva di accedere al livello superiore dove si svolgeva il rito dell’incubazione nel tempio. Il secondo terrazzo ospita strutture destinate al culto: l’altare di Asclepio, il tempio a lui dedicato, l’Abaton, che pare ospitasse il riposo dei sacerdoti e un ampio portico dove erano esposte le donazioni e le offerte votive. Il terzo terrazzo, da cui si domina un panorama straordinario della costa dell’isola e di quella turca al di là del mare, si intrecciava con il bosco sacro ad Apollo ed ospitava un grande tempio ellenistico dedicato ad Asclepio e a sua figlia Igea, raffigurati da statue gigantesche, visibili fin dal mare.
Nel tempio del secondo terrazzo si svolgeva il rito dell’incubazione e la fase di diagnostica e terapia degli ammalati.
Dinanzi ad una così grandiosa e sistematica organizzazione dell’esercizio della medicina, il paragone con le modalità e lo spazio in cui esercito la mia professione scaturì spontaneamente, così come il confronto tra la natura rigogliosissima dell’Asclepieo e la natura rituale e sacra dell’atto medico antico contrapposte alle pareti asettiche degli ambulatori contemporanei e il meccanicismo, spesso indifferente, dell’attuale presa in carico delle criticità di un corpo che ignora l’esistenza di altri corpi sottili ad esso collegati.
La malattia, isolata dall’ambiente circostante e perfino dallo stesso organismo che la ospita e studiata come un’entità a sé stante, da tacitare e annientare senza bonificare le cause che l’hanno generata, guarisce in modo provvisorio e non comporta un vero progresso evolutivo per il quale è necessario interrogare la propria coscienza ed esercitare la personale consapevolezza, anche con il contributo dell’apporto onirico, seguendo l’esempio dei riti incubatori. La sequenza dell’origine e dello sviluppo delle patologie viene sempre più resa nota dalle moderne tecniche diagnostiche, che scandagliano perfino le sequenze genetiche, ma quanto è ancora passivo l’uomo nei confronti delle cause scatenanti?
Al di là della moderna strumentazione diagnostica, quanto è ancora valido l’apporto dell’intuito del medico e la sua capacità di entrare in empatia con l’ammalato? E a proposito dell’iter diagnostico-terapeutico suddiviso nei tempi classici di anamnesi, visita, diagnosi, prognosi e terapia, ancor oggi esercitato, non si riscontrano gli stessi passi che segue il metodo ermetico della Tradizione?

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