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Buteo
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Da sempre si è cercato di modificare i prodotti agricoli e di allevamento con incroci, innesti, fermentazione, ecc., ma è dagli anni 1980 che la messa a punto di metodiche, conseguenti alle acquisizioni di biologia molecolare e d’ingegneria genetica, ha apportato cambiamenti sostanziali.
S’iniziò alla fine degli anni ’70 con la sintesi della somatostatina e dell’insulina. Ben presto la tecnica si estese dal settore farmaceutico e medico agli altri settori: la possibilità di analizzare struttura e funzione dei geni, di manipolarli, di costruire geni sintetici, di assemblarli nel genoma della cellula originaria o di altra cellula di animali o piante superiori, ha dato il via, nel settore alimentare, agli Organismi Geneticamente Modificati (OGM), il cui fenotipo esprime caratteri ritenuti utili e migliorativi. Importanti campi di applicazione diventano l’agricoltura, la zootecnia, l’industria agroalimentare. Le principali colture OGM coinvolgono il mais, il cotone, la soia, la colza e la barbabietola da zucchero. Si ottengono piante GM (geneticamente modificate) per trasferimento nel patrimonio genetico di geni finalizzati al rendimento produttivo, alla diversificazione dei prodotti, al miglioramento della qualità, alla resistenza a erbicidi a patogeni e parassiti, a stress ambientali (aridità, salinità delle acque o del suolo, gelo).
In zootecnia si mira a migliorare la produttività, la riproduzione; si agisce sulla linea germinale per trasmettere determinati caratteri alla progenie, ad es. per aumentare nelle vacche la produzione di latte o ottenere una composizione più favorevole alla caseificazione.
Se in generale non vi sono remore nei confronti delle biotecnologie in campo farmaceutico e medico, così non è nel settore alimentare, dove la produzione di OGM è causa di dispute e polemiche per timore di eventuali danni sia alla salute, per ingestione di cibi modificati, sia all’ambiente, per diffusione di specie aliene. Questo ha fatto sì che ovunque nel mondo gli OGM siano registrati e regolamentati e, quindi, che in alcuni paesi siano coltivati e consumati, mentre in altri, come l’Italia, si possano importare e utilizzare, ma non coltivare. A oggi, a livello mondiale, sono stati autorizzati più di 140 OGM.
L’Unione Europea ha reso obbligatoria l’etichettatura di tutti i prodotti che presentano un contenuto di OGM superiore allo 0,9%. Tale soglia di tolleranza si applica agli OGM autorizzati in Europa; per quelli riconosciuti al difuori scende allo 0,5%. Per gli altri vige la tolleranza zero.
Tutto il processo di produzione degli OGM prevede fasi complesse, tempi lunghi, laboratori adeguatamente attrezzati ad alta specializzazione, di conseguenza costi elevati.
La biotecnologia classica lascia tracce negli OGM, perché oltre al gene trasferito s’inseriscono altre sequenze geniche, come il “promotore” e altri geni ausiliari: sono queste tracce, insieme al DNA modificato, a permettere il riconoscimento in laboratorio delle cellule che sono state trasformate.
Quello che la metodica CRISPR-Cas9 consente è, invece, modificare il genoma mimando ciò potrebbe avvenire in natura con una mutazione spontanea. Ovviamente alla fine il risultato è lo stesso, ma non rimanendo traccia della mutazione genetica effettuata, il prodotto non può essere classificato fra gli OGM (pur essendolo a tutti gli effetti), quindi diventa libero sul mercato e non soggetto a regolamentazione.
L’altra evenienza importantissima è che la tecnica costa pochissimo e non richiede laboratori sofisticati: è già possibile acquistare via internet piccoli kit per fare l’Editing con la CRISPR, a costi inferiori a 200$. (http://www.the-odin.com/diy-crispr-kit/)
Diventerà quindi oltremodo difficoltoso voler discriminare fra cibi ‘buoni’ e ‘cattivi’: non ci saranno etichettature, salvo modifiche normative, che segnaleranno gli alimenti manipolati geneticamente. Cosa che peraltro già accade oggi, essendo registrati come OGM solo quegli organismi sui quali si sia intervenuti con tecniche di bioingegneria e non quelli il cui DNA sia stato modificato con altre metodiche. Un esempio su tutti il cereale Tritordeum, creato in laboratorio, ma spacciato per alimento ‘naturale’ e venduto nei negozi biologici, per il quale rinvio al link http://www.ilsole24ore.com/art/cultura/2015-11-29/food-mangiare-gli-occhi-160847.shtml?refresh_ce=1
Sapendo che tutto ciò che avviene, sia che lo etichettiamo ‘spontaneo’ in natura o ‘artificiale’ in laboratorio, avviene nella Natura, perché nulla accade al difuori di essa e nulla può realizzarsi che non sia già intrinseco nella sua potenzialità, da miriamici possiamo comunque rifuggire da modalità ossessive e mantenere un atteggiamento neutro verso ciò che è cibo.
Sappiamo come possa essere ‘attivata’, grazie agli strumenti della nostra tradizione, la ‘capacità adattativa’ cui fa riferimento Gelsomino (post 11/02). E, soprattutto se, come ci invitano a fare i Maestri, ci nutriamo di tutto in modo parco, attenendoci alle prescrizioni mediche alimentari e alle indicazioni del Maestro ermetico in caso di disfunzioni o predisposizione a patologie, è verosimile che nel cibo ingerito le varie sostanze si equilibrino fra loro, per rendere disponibili all’organismo quei nutrienti di cui necessitiamo.
Il che non esime gli organismi preposti alla tutela della salute pubblica di vigilare sulla qualità del prodotto finale al consumo.

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