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Buteo
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Non ho mai riflettuto più di tanto sul concetto di ‘anima’. Dai banchi di ‘catechismo’ mi è rimasta l’idea di un’anima immortale, prerogativa dell’uomo, che lo distingue, anzi lo eleva sul resto creato, in particolare sugli animali, che ne sarebbero privi.
Leggere in questi giorni il post di Lucis_fero (25 dic.), laddove scrive ‘l’anima e lo spirito si uniscono per mettere al mondo…ecc.’, mi ha indotto a due considerazioni: la prima di aver sempre ritenuto i due termini, anima e spirito, all’incirca sinonimi; la seconda di non aver mai notato che anima e animale hanno stessa radice etimologica. Entrambi sono sostantivi, anche se ‘animale’ nasce aggettivo e significa letteralmente ‘dell’anima’.
Animale, dal latino ‘animal’ e ‘anima’ = respiro; anemos in greco e ātman in sanscrito = vento, soffio: “L’animale è quello che non si basta, è il peripatetico in perenne ricerca fuori da sé. Per mangiare, per riprodursi, per amare. L’etimologia ci racconta una qualità fondamentale dell’animale, la più evidente e la più affratellante: il respiro.” (https://unaparolaalgiorno.it/significato/A/animale).
Il respiro o anima è quella funzione che si attiva al momento della nascita: il feto non ha ‘anima’, ovvero non ha respiro. Il respiro, cioè l’entrata e l’uscita di aria nel e dal corpo, è ciò che consente l’inizio della vita fuori dall’utero, o dall’uovo, e che la mantiene. Come sappiamo, la fusione dei due gameti è subito vitale: l’essere in potenza costruisce da sé la propria struttura corporea fino a raggiungere una competenza tale da non poter più vivere nell’utero, o nell’uovo, ma dover uscire dal contenitore all’ambiente esterno.
Non conosco i processi che avvengono nell’uovo. Guardiamo il feto umano: i polmoni contengono liquido, l’ossigeno è estratto dal sangue proveniente dal filtro placentare. Intorno alla 35° settimana i polmoni raggiungono una maturità anatomico-funzionale sufficiente a consentire l’espansione polmonare in caso di parto pretermine.
Durante il parto, l’integrazione simultanea di stimoli di varia natura agenti sui centri respiratori bulbari determinerà il primo respiro al momento dell’espulsione del feto. I primi sforzi inspiratori richiedono che il neonato sia ‘vitale’, cioè tonico e forte per superare la resistenza elastica dei tessuti e la presenza di liquido nelle vie aeree terminali: il neonato aspira attivamente l’aria in sé. Un neonato che, uscendo dal canale del parto, sia gravemente sofferente o depresso non è in grado di farlo. Occorreranno manovre mediche rianimatorie per insufflargli aria e consentire che viva. A presiedere l’importante e delicato evento i Romani avevano il dio Vaticano o Vagitano, che in sé era l’avvio del respiro e successivamente della parola.
In tutto il regno animale questo è il processo che si realizza alla nascita. L’aria non è immessa ma aspirata attivamente, è soffio/respiro/anima di ogni essere che nasca alla vita.
Aldilà di tutte le implicazioni filosofico/religiose attribuite all’evento, ho riletto le pagine di Kremmerz (Dialoghi, SM p. 10-17) relative all’anima. Estrapolo solo alcune frasi iniziali: “L’anima è qualche cosa che sta nel corpo e agisce finché il corpo è nelle sue funzioni?” “Perfettamente così.” E poi “…l’idea di equiparare l’anima all’aria, di concepire che respiriamo, è un’idea certamente sconfortante..”… “Morire per diventare aria.”… “Che brutta visione!”

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