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Buteo
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‘A che serve una scienza che non fa progredire il popolo? A che serve una casta che si chiude in se stessa a godere dei propri benefici e non favorisce, ma anzi ostacola l’evoluzione degli altri?’
Questa è la domanda di Kremmerz che mi risuona vedendo ‘Agorà’, il film proiettato nella riunione dell’Accademia Giuliana e, probabilmente conosciuto da molti ascritti alla Schola.
Tale, infatti, appare la ‘scienza’ contenuta negli oltre 700.000 papiri del Serapeo di Alessandria, tale la casta dei pagani, che, arroccata sui propri privilegi, è cieca (‘non sapevo fossero così tanti’) verso l’orda dei derelitti, affamati sporchi e violenti, che è andata accalcandosi e che ora preme dalle scalinate sotto il vessillo cristiano alla promessa sì, forse, di una salvezza eterna, ma soprattutto del risanamento delle proprie condizioni di vita e dell’appropriarsi di ricchezze e di benefici, di cui ignora anche la portata.
Se assimiliamo la biblioteca di Alessandria al contenitore dello scibile umano e della sapienza iniziatica, quale è la nostra Schola, abbiamo a mio avviso uno spaccato su ‘La ragione vera che portò i Vertici del Grande Ordine Egiziano o Egizio a concepire e a mettere in gestazione l’Idea della Fratellanza di Miriam…’ ‘esauriti tutti i tentativi operati nel corso dei secoli di veicolare la Scienza Sacra in svariate strutture…’ ‘vollero la costituzione di un contenitore forgiato, circoscritto e indi blindato nella finalità terapeutica di Bene…’ (dal Sito).
Lungo gli oltre 6000 anni di tradizione della nostra Schola, si sono verosimilmente susseguite situazioni assimilabili a questa, fino alla decisione dei vertici di ‘operare un “travaso” del patrimonio sapienziale, iniziatico, tradizionale e ortodosso dell’Ordine, in un “serbatoio” atto allo scopo.’ E nel timbro della Schola, nella seconda corona, è specificata la finalità della Fratellanza: ‘pro salute populi’. Allora, verosimilmente, ciò che nella Schola si compie, non è a beneficio personale o meglio, non solo, perché, dice Kremmerz, se è bene che ognuno pensi a se stesso, è altrettanto bene, nonché doveroso, che ciò che ognuno ha avuto, sia rimesso in circolo, ovvero restituito all’Opera perché si diffonda a tutta l’umanità e non sia trattenuto a vantaggio dei singoli.
Voce dissonante e inascoltata nel film è di Ipazia (ma anche del padre): con sillogismo aristotelico rende manifesta agli allievi l’uguaglianza fra le persone, e, direi, con spirito di Fratellanza, dispensa insegnamenti a chiunque abbia desiderio e volontà di conoscere, indipendentemente dalla comunità di appartenenza (pagana o cristiana, nonché ebrea, se interessata) o dalla casta (schiavi). Purtroppo vano sarà il suo tentativo di fermare lo scontro sanguinario tra uomini che sa essere fratelli.

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