Rispondi a: In attesa dell’Agape

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ippogrifo11
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A tutti un caro saluto, con l’augurio di condividere il rito d’Agape ormai imminente in armonia e concordanza di intenti.
Riprendo la questione, non di poco conto, sul modo più appropriato di approcciarsi a questo rito e sulla facilità con la quale si può scivolare, come nota Gelsomino, “nei canoni del sociale, della festa e del banchetto”. A onor del vero, bisogna ammettere che l’atmosfera di conviviale letizia derivante dalla gioia dello stare insieme possano favorire lo slittamento verso la dimensione del sociale cui accenna Gelsomino, distogliendo così l’attenzione dai significati che sono connessi al rito in quanto, per l’appunto, rito. Personalmente sono convinto che atmosfera gioiosa e spirito di gioviale condivisione della mensa non vadano necessariamente a stridere con la consapevolezza richiesta dall’espletamento di un atto rituale che tale resta perché come tale fu concepito. Ecco, penso che per non perdere le coordinate di riferimento sia sufficiente mantenere costantemente presente a sé la ragione del proprio essere in quel luogo e in quel momento. E la ragione è una e la stessa per tutti: l’appartenenza alla Schola. Che poi vi siano ospiti, beneficati dalla Miriam o semplicemente interessati e “attratti”, questo, a mio parere, non dovrebbe cambiare la sostanza delle cose. La differenza sta nel fatto che gli “ospiti” “possono o non” essere consapevoli del significato del momento, mentre noi non abbiamo, o per lo meno non dovremmo avere, nessun cedimento di consapevolezza.
Ancora buona Agape a tutti e che la mano benevola delle Superiori Gerarchie si tenda sulla nostra mensa, idealmente e sostanzialmente Una anche se articolata in spazi apparentemente separati.

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