“Associazione Culturale” a S.P.H.C.I. Fr+ Tm+ di Miriam

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Segnalazioni a cura della S.P.H.C.I.

 
Da Repubblica dell’8 ottobre 2005
LA REGOLA DOPO IL CAOS a colloquio con lo scienziato Fritjof Capra - di Franco Prattico (pag. 57).

Anni addietro un suo libro mise a rumore e scandalizzò la comunità accademica più ortodossa (dato che l’autore era un noto fisico americano di origine europea: Fritjof Capra). Era il “Tao della Fisica”, che metteva in parallelo alcune delle stranezze della moderna microfisica e in particolare della meccanica quantistica, con le affermazioni e le credenze delle filosofie e anche delle mistiche e delle religioni orientali. Molti cultori europei ed americani di discipline orientali fecero del suo libro - che sembrava per loro aprisse uno squarcio sui “misteri” (per i profani) della microfisica - un testo per confutare gli approcci ‘materialisti’, nella convinzione che persino dalla scienza più severa potessero venire conferme alle loro speranze esoteriche.
Speranze che praticamente lo stesso Capra ha smentito, abbandonando da tempo quel sentiero irto di spine non solo accademiche e dedicando le sue ricerche - spesso di notevole novità e spessore - al tema dell’ecologia e principalmente allo studio dei modelli che lo stesso sviluppo delle reti e delle proprietà emergenti dai sistemi globali sembrano proporre alla società umana, in particolare nei rapporti con se stessa e col pianeta “malato” e che abitiamo e che noi stessi stiamo infettando.
Cioè indagando in qual misura l’idea stessa di rete quali prospettive può aprire per risolvere o superare le contraddizioni - a volte mortali - in cui in quest’epoca siamo avvolti.
In questi giorni Fritjof Capra è di passaggio in Italia e ne abbiamo profittato per rivolgergli alcune domande:
D. - In un suo recente libro (apparso in Italia col titolo di “La scienza della vita”) lei rilevava che ogni rete tende alla integrazione dei suoi componenti in una unità superiore che sembrerebbe comportare l’insorgere di nuove proprietà (emergenti). Ne è un esempio il nostro stesso corpo, formato da milioni di cellule (ognuna delle quali è un organismo microscopico ma di estrema complessità) che obbedendo a una complessa distribuzione di funzioni si specializzano, gestiscono il processo della vita interagendo le une con le altre appunto come in una rete di grandissima complessità, che almeno nell’uomo prelude al sorgere dell’unità superiore, dell’organismo, e persino del sé, della mente e della coscienza. La nascita insomma dal caos della complessità di un sistema - come proponevano alcuni ricercatori del New Mexico Institute, tra i quali Stuart Kaufmann - di elementi di ordine e di una organizzazione che sembra dotata di proprietà emergenti ignote agli elementi originari del sistema stesso: una proprietà di autorganizzazione che i biologi cileni Marturana e Varela definiscono “autopoiesi”?
R.- Ciò che definisce le caratteristiche dei sistemi biologici sono i processi metabolici, il flusso incessante di energia e materia attraverso una rete di reazioni chimiche che consentono a un organismo di ripararsi, rigenerarsi e quindi di perpetrarsi. La comprensione del metabolismo richiede però di tener conto di due aspetti differenti: il flusso di materia ed energia e la rete delle reazioni chimiche. Il primo viene analizzato dal punto di vista della materia e usa i linguaggi della fisica e della chimica. Il secondo richiede un punto di vista formale e l’uso di linguaggi formali (ordine, organizzazione, complessità, etc.). I processi che comportano l’emergenza di nuove proprietà del sistema vanno quindi compresi nella prospettiva della materia, mentre l’attività di integrazione richiede un punto di vista formale.
D.- Ma se ogni componente elementare di un sistema, é una monade specializzata, su quale terreno avviene l’integrazione? E se ciò, a livello biologico, richiede l’apparizione della “autopoiesi” - vale a dire l’autocreazione di un nuovo sistema di alta complessità - processi del genere potrebbero anche essere ipotizzati per sistemi non direttamente biologici, come le reti informatiche, e, in ultima analisi, la stessa società umana?
R. - Il livello di integrazione ipotizzabile per i processi biologici è quello della rete dei processi metabolici, che appunto costituiscono una rete che genera la propria integrazione. Sono questi che costituiscono una rete autogenerante, appunto autopoietica.
D. - Un concetto probabilmente estensibile anche al di fuori dei sistemi biologici, come la rete informatica mondiale già in atto. E il processo di autopoiesi è quindi ipotizzabile (in futuro) anche per la società umana nel suo complesso, magari grazie alla interconnessione globale garantita dalla rete?
R. - Certo, il concetto di autopoiesi, di autorganizzazione è applicabile alla società umana (e non mancano già oggi gli esempi). Ma in questo caso i processi non sono reazioni chimiche, come per il metabolismo biologico. Sono i flussi di informazione. Sì, le reti sociali sono autogeneranti, perché ogni informazione che entra nel flusso genera pensieri e significati che a loro volta producono ulteriore comunicazione; Così la rete, nel suo complesso, genera sè stessa. E badi, la dimensione del senso, del significato accettato, è cruciale per la comprensione delle reti sociali. Mentre le reti biologiche agiscono nel regno della materia, quelle sociali operano nella dimensione del senso. Se la connessione continua. Se la connessione continua, si crea un comune contesto che definiamo “una cultura”. Per autoidentificarsi come membri di una cultura (vale a dire di una comunità), i membri individuali di una siffatta rete sociale si comportano in un determinato modo. Così la rete stessa genera le coordinate di una cultura non materiale, che determina i comportamenti dei suoi membri, autoproducendo i propri confini.
D. - Ma lei stesso nei suoi lavori, paventava il pericolo che le stesse reti globali finiscano per generare mostri (e un esempio che lei cita è la rete finanziaria planetaria, che ha la sua logica e il suo “senso” non sempre positivi). Ma, in sintonia coi suoi studi, lei parla della possibilità di realizzare un “ecodesign” che eviti questi rischi e vada in direzione della struttura di reti e interconnessioni sane e favorevoli a una positiva integrazione tra gli uomini e anche le economie e il pianeta nel suo complesso. Come allora dovrebbe essere un”ecodesign”?
R. - Certamente, non sempre i processi di integrazione, di autogenerazione e le loro emergenze, portano a strutture sane e accettabili e a volte anche a disastri, come i livelli di produzione industriale planetari stanno dimostrando a livello ecologico minacciando la salute stessa del pianeta. Possono nascere e nascono mostri. Ma badi, nella natura non umana le strutture negative a volte emergono, ma vengono poi eliminate dalla selezione naturale. Ma questa non può agire nei tempi rapidi dei sistemi umani, che sono sistemi culturali. Nei sistemi umani occorre applicare criteri culturali: questo il senso dell’ecodesign. Un ecodesign è una progettazione che utilizza la saggezza dei processi naturali, messi alla prova e raffinati nel corso di milardi di anni, per programmare strutture ecologicamente sostenibili. Insomma, è la natura stessa che deve farci da ispiratrice, modello e maestra.
D. - Ciò significa fare riferimento a ciò che sappiamo e comprendiamo della natura grazie alla scienza. Ma lei, come fisico, sa bene che la scienza è un enorme work in progress, una esplorazione mai definitiva del mondo naturale, e di noi stessi, ancora ricco di domande senza risposta. Anche sul suo terreno, quello della fisica: non possiamo certo dire di aver capito tutto e in modo definitivo. Lei ad esempio conosce certamente bene le ipotesi di David Bohm sul “potenziale quantistico” e sulla “non località” e quello di Bernard d’Espagnat sul “reale velato”: sono concetti a loro volta carichi di senso, anche se problematici, che in gran parte sono stati criticati o ignorati dalla comunità accademica, e anche perché implicano (come appunto “l’ordine implicato” di Bohm) un ulteriore livello di realtà. Cosa ne pensa?
R. - Le teorie di Bohm, Geoffrey Chew, Henry Stapp e altri riguardano profondi problemi di fisica circa la natura dello spazio e del tempo, i problemi dell’osservazione, etc. Ho esaminato tali questioni nel secondo capitolo del mio libro “Uncommon wisdom”, ma dalla metà degli anni ottanta ho abbandonato la fisica per interessarmi delle scienze della vita, in particolare di ecologia, come lei sa. Quindi è da vent’anni che non mi occupo più di questi importanti problemi della fisica.

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