Esiste
un Grande Fratello anche per le balene. Una rete di sensori
acustici immersi nei mari di tutto il mondo ascolta le loro
conversazioni fatte di infrasuoni. Oggi, analizzando i dati
trasmessi da questi microfoni marini, un’èquipe
di ricercatori americani ha scoperto che gruppi diversi , anche
all’interno della stessa specie, usano lingue differenti.
Il grande idioma delle balene è diviso in tanti dialetti.
Abbiamo usato i microfoni sottomarini – spiega David Mellinger,
un biologo della Oregon State University – per distinguere
i suoni emessi da specie diverse di balene. E ci siamo accorti
con sorpresa che anche gruppi della stessa specie usavano un
linguaggio differente se provenivano da oceani lontani tra loro”.
La ricerca condotta da Mellinger con l’ausilio della Noaa
(national Oceanic and Atmospheric Administration) è stata
finanziata in parte con il risarcimento per il disastro ecologico
della petroliera Exxon Valdez.
“Le balenottere provenienti dal Pacifico del nord-ovest
emettono suoni diversi da quelle del Pacifico occidentale, e queste
utilizzano un linguaggio leggermente diverso da quello degli esemplari
che arrivano dai mari antartici” prosegue Mellinger. “Le
balene del Pacifico orientale emettono un suono pulsante e di
tonalità molto bassa mentre altre popolazioni utilizzano
un mix diverso di tonalità, altezza e ritmi di pulsazione.
Le differenze sono veramente sorprendenti, ma non sappiamo se
derivino da cause genetiche o altro. “Oltre ai dialetti
ben definiti, esistono anche delle espressioni miste, che i biologi
non hanno saputo decifrare: “in alcune occasioni – prosegue
Mellinger – abbiamo intercettato anche dei suoni ibridi.
Forse fanno parte di un linguaggio comune che gli esemplari di
gruppi differenti usano per intendersi. Oppure ad emetterli erano
stati degli individui giovani, che non padroneggiavano ancora
il linguaggio”. La scoperta che i cetacei comunicano fra
loro emettendo segnali a bassissime frequenze bassissime (le balene)
o altissime (i delfini) risale alla fine degli anni ’70.
In piena guerra fredda la marina militare americana aveva piazzato
una rete di microfoni nel Pacifico settentrionale per registrare
il transito dei sottomarini nemici, ritrovandosi invece a sorpresa
sul “canale radio” usato dalle balene. Sia i militari
Usa che i cetacei avevano fatto bene i loro conti: sintonizzandosi
su una frequenza compresa tra 20 e 150 hertz potevano ascoltare
un segnale acustico emesso a migliaia di chilometri di distanza.
Ora, a guerra fredda conclusa, il sistema militare Sosus (Sond
Suirvellance System) è stato dedicato esclusivamente all’ascolto
delle balene. Per completare il sistema di sorveglianza dei cetacei,
anche la rete di “idrofoni” (i microfoni sottomarini
usati da Mellinger e colleghi) sarà usata per controllare
lo stato di salute delle specie a rischio estinzione, soprattutto
nelle zone fredde e disagiate come l’Alaska e lo Stretto
di Bering. A sorpresa, i primi segnali sonori hanno mostrato la
presenza di cetacei nell’estremo nord dell’Atlantico. “Abbiamo
individuato – prosegue Mellinger – diversi esemplari
di balena nera nel Golfo dell’Alaska. Dal 1980 a oggi c’era
stata solo un’altra segnalazione simile. I capodogli sono
habituè dell’Atlantico settentrionale, ma si pensava
che d’inverno migrassero verso climi più miti. Invece
anche nella stagione fredda un gruppo nutrito di questi cetacei
ha fatto udire la propria voce nel Golfo dell’Alaska. “Dalle
osservazioni del passato era emersa la presenza dei capodogli
in aree così settentrionali, ma questo era avvenuto sempre
d’estate. Nuotare in quei mari d’inverno non deve
essere affatto piacevole. Ma evidentemente i capodogli non si
fanno troppi problemi”.
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