“Associazione Culturale” a S.P.H.C.I. Fr+ Tm+ di Miriam

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Segnalazioni a cura della S.P.H.C.I.

 
Da Repubblica del 3 gennaio 2006 dalla prima
I DIALETTI DELLE BALENE DAI MICROFONI NELL’OCEANO di Elena Dusi

Esiste un Grande Fratello anche per le balene. Una rete di sensori acustici immersi nei mari di tutto il mondo ascolta le loro conversazioni fatte di infrasuoni. Oggi, analizzando i dati trasmessi da questi microfoni marini, un’èquipe di ricercatori americani ha scoperto che gruppi diversi , anche all’interno della stessa specie, usano lingue differenti. Il grande idioma delle balene è diviso in tanti dialetti. Abbiamo usato i microfoni sottomarini – spiega David Mellinger, un biologo della Oregon State University – per distinguere i suoni emessi da specie diverse di balene. E ci siamo accorti con sorpresa che anche gruppi della stessa specie usavano un linguaggio differente se provenivano da oceani lontani tra loro”. La ricerca condotta da Mellinger con l’ausilio della Noaa (national Oceanic and Atmospheric Administration) è stata finanziata in parte con il risarcimento per il disastro ecologico della petroliera Exxon Valdez.
“Le balenottere provenienti dal Pacifico del nord-ovest emettono suoni diversi da quelle del Pacifico occidentale, e queste utilizzano un linguaggio leggermente diverso da quello degli esemplari che arrivano dai mari antartici” prosegue Mellinger. “Le balene del Pacifico orientale emettono un suono pulsante e di tonalità molto bassa mentre altre popolazioni utilizzano un mix diverso di tonalità, altezza e ritmi di pulsazione. Le differenze sono veramente sorprendenti, ma non sappiamo se derivino da cause genetiche o altro. “Oltre ai dialetti ben definiti, esistono anche delle espressioni miste, che i biologi non hanno saputo decifrare: “in alcune occasioni – prosegue Mellinger – abbiamo intercettato anche dei suoni ibridi. Forse fanno parte di un linguaggio comune che gli esemplari di gruppi differenti usano per intendersi. Oppure ad emetterli erano stati degli individui giovani, che non padroneggiavano ancora il linguaggio”. La scoperta che i cetacei comunicano fra loro emettendo segnali a bassissime frequenze bassissime (le balene) o altissime (i delfini) risale alla fine degli anni ’70. In piena guerra fredda la marina militare americana aveva piazzato una rete di microfoni nel Pacifico settentrionale per registrare il transito dei sottomarini nemici, ritrovandosi invece a sorpresa sul “canale radio” usato dalle balene. Sia i militari Usa che i cetacei avevano fatto bene i loro conti: sintonizzandosi su una frequenza compresa tra 20 e 150 hertz potevano ascoltare un segnale acustico emesso a migliaia di chilometri di distanza. Ora, a guerra fredda conclusa, il sistema militare Sosus (Sond Suirvellance System) è stato dedicato esclusivamente all’ascolto delle balene. Per completare il sistema di sorveglianza dei cetacei, anche la rete di “idrofoni” (i microfoni sottomarini usati da Mellinger e colleghi) sarà usata per controllare lo stato di salute delle specie a rischio estinzione, soprattutto nelle zone fredde e disagiate come l’Alaska e lo Stretto di Bering. A sorpresa, i primi segnali sonori hanno mostrato la presenza di cetacei nell’estremo nord dell’Atlantico. “Abbiamo individuato – prosegue Mellinger – diversi esemplari di balena nera nel Golfo dell’Alaska. Dal 1980 a oggi c’era stata solo un’altra segnalazione simile. I capodogli sono habituè dell’Atlantico settentrionale, ma si pensava che d’inverno migrassero verso climi più miti. Invece anche nella stagione fredda un gruppo nutrito di questi cetacei ha fatto udire la propria voce nel Golfo dell’Alaska. “Dalle osservazioni del passato era emersa la presenza dei capodogli in aree così settentrionali, ma questo era avvenuto sempre d’estate. Nuotare in quei mari d’inverno non deve essere affatto piacevole. Ma evidentemente i capodogli non si fanno troppi problemi”.

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